di Barbara Roffi
tuttieuropaventitrenta.eu, 21 agosto 2025
Se negli ultimi tempi il sovraffollamento nelle carceri italiane ha raggiunto già il 133% della sua capacità a livello nazionale - con percentuali superiori al 200% in alcune carceri come a Milano, a Brescia, a Lucca e a Foggia - la situazione rischia ancora di peggiorare a causa dei più di centomila cosiddetti “liberi sospesi” cioè individui condannati, ad una pena inferiore a 4 anni, che aspettano la decisione di un magistrato di sorveglianza se mandarli in carcere o dargli una qualunque altra misura alternativa. “L’attesa per queste persone può durare anche diversi anni - ci dice Rita Bernardini, Presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino - con un impatto immaginabile sulla vita di queste persone, ma se per ipotesi anche solo il 40% di queste persone dovesse finire in carcere la situazione esploderebbe e rischierebbe di succedere un finimondo”. I dati del sovraffollamento secondo il Ministero della Giustizia indicano che la capienza regolamentare sarebbe di 51.312 posti a cui vanno sottratti 4.475 posti inagibili, a fronte di una popolazione carceraria di 61.861 persone al 31/12/2024. Ma secondo Rita Bernardini - ex parlamentare radicale ed ex vicedirettrice di Radio Radicale - occorre sottrarre dalla capacità ricettiva 4.474 posti che sono inagibili e quindi inutilizzabili. Quello del sovraffollamento non è certo l’unico problema ma la situazione è in gran parte dovuta allo Stato che per primo non rispetta le proprie leggi.
Uscire dalla visione carcerocentrica - “Per esempio, nella nostra Costituzione, scritta da persone che in molti casi hanno vissuto il carcere in prima persona, la parola carcere non compare mai in nessun articolo, mentre si parla invece solo di pene - prosegue Bernardini - e di pene ce ne possono essere molte e diverse fra loro; malgrado questo la mentalità resta prevalentemente ‘carcerocentrica’ con le conseguenze che sono sotto gli occhi tutti”. L’articolo 27 infatti dice tra l’altro che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, mentre le condizioni di vita dei carcerati è spesso disumana e degradante, come la nostra associazione - attiva da più di 30 anni - denuncia regolarmente dopo le visite effettuate negli istituti di pena in tutta Italia”. Secondo Rita Bernardini le pene che potrebbero essere declinate in vario modo di fatto sono poco praticate anche per l’assenza di tutto il personale che dovrebbe occuparsi di metterle in atto.
Carenza del personale penitenziario - La carenza del personale è severissima per ogni professione necessaria per un corretto funzionamento del carcere, a partire dai magistrati di sorveglianza di cui ne servirebbero mille in più, gli educatori, gli assistenti sociali che avrebbero un ruolo cruciale nell’organizzazione delle attività ‘trattamentali’ e si dovrebbero occupare del reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale, fino ad arrivare alla carenza degli agenti penitenziari di cui Bernardini stima attualmente un deficit di 6.298 unità. Il caso degli agenti è particolarmente inquietante anche a fronte del numero dei suicidi nelle loro stesse fila, spesso compiuti con la pistola di ordinanza “perché gli agenti sono l’unica figura professionale che sta a diretto contatto con il detenuto - prosegue Bernardini - e tutta l’attenzione di una persona ristretta nella propria libertà, che per fare qualsiasi cosa deve chiedere, da una informazione, una preoccupazione per un famigliare, una telefonata e a volte anche una doccia, si rivolge sempre per primi agli agenti”.
I suicidi in carcere - Per cercare di capire invece le ragioni dell’elevato numero di suicidi tra i detenuti, Bernardini dice: “bisogna partire da una domanda, chi c’è in carcere? Che tipologia di persone troviamo in carcere? Troviamo innanzitutto persone che hanno problemi di dipendenza problematica da sostanze stupefacenti, tossicodipendenti per intenderci, i casi psichiatrici, molti poveri nel senso di gente che vive il degrado della povertà, come i senza tetto o senza fissa dimora, e poi gli stranieri, quelli soprattutto che non hanno il permesso di soggiorno, che sono degli invisibili, che spesso commettono reati perché nessuno gli dà un lavoro”. La combinazione tra sovraffollamento, emarginazione sociale e carenza degli organici sono secondo Bernardini le tre ragioni principali dell’alto tasso di suicidi in carcere.
Il carcere e la droga - Alcuni casi di buona gestione esistono per esempio Villa Maraini a Roma che segue circa 700/800 tossicodipendenti al giorno “una struttura non pubblica che fa un lavoro immenso e che ha pochi finanziamenti pubblici ma dovrebbe averne molti di più perché non aspetta che le persone problematiche arrivino, ma le va a cercare indicando loro una possibilità di scelta alternativa”. “l loro ruolo è molto importante anche in termini di prevenzione, così come dovrebbero esserci più psicologi o psichiatri, perché quando si innesca un percorso di gestione quotidiana problematica poi è molto difficile tornare indietro, mentre il carcere resta comunque una grande piazza di spaccio di stupefacenti, di tutti i tipi e questo grava molto sulla sicurezza sia dentro ma anche fuori dal carcere”.
Uscire dalla situazione di illegalità - In assenza di tutto questo bisognerebbe prendere altri provvedimenti come fu fatto per esempio a seguito di un fortissimo monito dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che aveva recepito molti dei suggerimenti di Marco Pannella, in un messaggio alle Camere in cui scrisse a chiare lettere che è obbligo delle istituzioni, nel momento in cui c’è uno stato strutturale di illegalità nell’esecuzione penale, uscire immediatamente da questa situazione. Il messaggio alle Camere di Napolitano fu successivo alla sentenza Torreggiani della Corte europea dei Diritti dell’Uomo - continua Bernardini - che condannò l’Italia per trattamenti inumani e degradanti legati soprattutto al sovraffollamento, e anche se non ci fu indulto o amnistia, nel 2014 ci fu la “liberazione anticipata speciale” che consentì di liberare circa 6000 detenuti meritevoli, aiutando ad alleggerire il sovraffollamento. Ma da allora non è più stato fatto niente e dall’inizio di questa legislatura la popolazione carceraria è aumentata di più di 5000 unità e la nostra associazione, con un’iniziativa dell’on. Roberto Giachetti, ha riproposto di aumentare, per un periodo di anni limitato, il numero dei giorni di sconto della pena, da 45 a 75 giorni, a cui ogni detenuto ha diritto ogni sei mesi di buona condotta.
Politica militante - Secondo Bernardini infatti la costruzione di nuove carceri prenderebbe molti anni e nel frattempo non contribuirebbe in nessun modo ad uscire da questa situazione di illegalità. “La nostra è sempre stata una politica militante, noi cerchiamo di cambiare le leggi le impostazioni politiche e cerchiamo di risolvere i problemi in modo concreto” conclude Rita Bernardini ricordando che Nessuno tocchi Caino si occupa dell’abolizione della pena di morte nel mondo, e che il nome stesso dell’associazione, tratto dal libro della Genesi della Bibbia “ci spinge a batterci per una giustizia senza vendetta”.











