di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 19 aprile 2021
La Corte Costituzionale ha definito l'ergastolo ostativo "incompatibile" con i principi di uguaglianza e di funzione rieducativa dettati dagli articoli 3 e 27 della Costituzione, oltre che con il divieto di pene degradanti sancito dalla Convenzione europea dei diritti umani: un pronunciamento che boccia in modo inequivocabile la disciplina che preclude in modo assoluto, per chi è condannato all'ergastolo per delitti di mafia e non abbia collaborato con la giustizia, la facoltà di accedere al beneficio della liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro.
Ora il Parlamento ha un anno di tempo per intervenire, e ieri la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni ha lanciato un appello a tutte le forze politiche per difendere la legittimità dell'ergastolo ostativo, "una norma sacrosanta e fondamentale per combattere la criminalità organizzata", baluardo della normativa antimafia per impedire ai boss di usufruire dei benefici di legge e di riprendere a pieno titolo, con il via libera della legge, il comando delle cosche.
FdI non ha dubbi: sarebbe una resa dello Stato. Una posizione subito definita aberrante dal Pd, e il dibattito in Parlamento si annuncia dunque infuocato, nonostante che la sorella del giudice Falcone sia già insorta chiedendo al legislatore di non pregiudicare l'efficacia di una normativa antimafia costata la vita a tanti uomini delle istituzioni. Una questione giuridica che ha già mobilitato fior di costituzionalisti pronti a disquisire sulla illegittimità della pretesa dello Stato di legare i benefici se non al pentimento, almeno alla collaborazione.
Ma se il carcere "senza fine" - che è circoscritto a limitatissime fattispecie di reato - è incompatibile con il nostro Stato di diritto, a maggior ragione dovrebbe esserlo il processo "senza fine" a cui la legge Bonafede condanna chiunque sia accusato di reati infinitamente meno gravi dal punto di vista dell'allarme sociale. L'Italia, peraltro, è il Paese in cui mandare un indagato a giudizio è diventata ormai una prassi: quando il quadro accusatorio non è chiaro, non viene approfondito durante le indagini, ma direttamente in sede di processo.
E dunque sarebbe urgente che la Consulta si esprimesse su una riforma - autorevolmente definita da Carlo Nordio "un mostro giuridico" - palesemente in contrasto con l'articolo 111 della Costituzione che sancisce il principio della durata ragionevole del processo. Pensare che allungando i tempi di prescrizione si riducano quelli delle indagini e dei dibattimenti è solo demagogia giacobina.
E infatti vero il contrario, perché la lentezza dei processi non dipende dalle tattiche dilatorie delle difese, ma dall'obbligatorietà dell'azione penale diventata il paravento della più spregiudicata discrezionalità, con troppe inchieste aperte senza plausibili motivi. Ora lo Stato accolla sulle spalle degli imputati - presunti innocenti - le conseguenze dell'inefficienza del sistema giudiziario, considerandoli, appunto "imputati a vita". A quando l'intervento della Corte?











