di Espérance Hakuzwimana
Il Domani, 9 settembre 2025
Oltre l’11% degli iscritti a scuola ha cittadinanza straniera. Sono italiani di fatto, ma per la legge restano invisibili. Entro il 2034 perderemo 1,1 milioni di studenti. Ma intanto non riconosciamo quelli che già ci tengono in vita le classi. La cittadinanza è ferma al 1992. Servono leggi nuove, una scuola inclusiva e il coraggio di dire: siete parte di noi. Non si dimenticano gli sguardi bassi e il silenzio nelle stanze e nelle chat tra gli amici, i conoscenti. Incredulità, tristezza, rabbia, “tanto si sapeva” e altri frammenti di consapevolezza e senso di abbandono da parte di un popolo che sceglie non andando a votare; e quando lo fa, il messaggio è avvilente.
Come nel 2017. Ma era il 10 giugno pomeriggio e il voto per il referendum per la legge sulla cittadinanza non era passato.
Tre mesi dopo, gli studenti e le studentesse italiane rientrano nelle classi e tutto quello che mi viene in mente è la vergogna. “Io speravo che ce la facevamo”. Lo dice una tra le decine di persone che per settimane si erano mobilitate sul territorio, per sensibilizzare sull’importanza di una legge ferma a un’Italia anni Novanta. Ferma a un’idea di identità, appartenenza e nazionalità che ignora deliberatamente un presente variegato che chiede solo di esistere.
Questi nostri alunni - “Io speravo che ce la facevamo”. Pure io che tra Monza, Genova, Bologna, Bari, Roma, Milano e Trieste ho guardato in faccia gli alunni e le alunne delle scuole italiane e non ho saputo nascondere la mia frustrazione. Continuano a chiamarli stranieri, inciampando nell’abitudine. Si soffermano sul loro background, provando a elencare solo le difficoltà. Li etichettano per riuscire a vederli con chiarezza, mormorando “è impossibile”. Secondo il Dossier statistico dell’immigrazione 2024 “le scuole italiane nell’a.s. 2022/2023 contano un totale di 8.158.138 iscritti, l’11,2 per cento dei quali sono bambine/i e ragazze/i con cittadinanza straniera”.
Sono tantissimi, sono reali, riempiono le aule di scuola (e non solo) delle nostre città e dei nostri paesi ma noi, a quanto pare, non li vogliamo. Non li riconosciamo, non siamo in grado di sentirli parte di noi, di considerarli per ciò che sono: giovani italiane e italiani. È davvero ampia la stratificazione di domande, vuoti, abilità, conoscenze, conflitti e ricerche che si crea all’interno dell’identità di uno studente con background migratorio.
Un nome con una storia troppo spesso difficile da pronunciare che dice già tutto e agghinda lo stereotipo; genitori molto vicini oppure in fabbrica o a casa di altri ad accudire qualcuno in paesi lontani; una lingua imparata proprio a scuola che a volte ancora inciampa perché le lingue per diventare madri hanno bisogno di tempo; una guerra interna che a volte combacia con quelle dentro gli smartphone, altre volte, invece, nasce dalla paura di tutto ciò che non si conosce e non si può assimilare perché sotto sotto “è diverso da me”.
Ma che poi, diverso cos’è? Con quale coraggio possiamo dire a questi alunni, a queste nostre studentesse e ai loro insegnanti e compagni ignari, che non siamo in grado? Con quale faccia possiamo guardarli e dirgli “non ti riconosco”, “non sei abbastanza italiano”, “sei difficile”, “rallenti il gruppo classe”, “non ti stai integrando”. Perché poi? Per la religione, per il colore della pelle, per cosa c’è nel piatto la sera a cena, per la radice di un verbo antico, per il paese di nascita scritto sul documento.
Una relazione tecnica delle proiezioni del Mef e dell’Inail stima che entro il 2034 la popolazione scolastica potrebbe perdere 100-110mila alunni l’anno e un totale 1,1 milioni di studenti nel giro di un decennio. Con la conseguente perdita di 100mila cattedre e la chiusura di 5mila strutture. Un pensiero inevitabile, perciò, va a chi la scuola la riempie e a chi la scuola la sorregge. Un augurio alle e agli insegnanti, dirigenti, educatori, professionisti del settore che in questo anno si ritroveranno tra le mani storie, conflitti, comunità, dizionari per tradurre, dispositivi tecnologici, fogli da firmare e domande, tante domande.
Per il loro back to school la speranza più autentica tra tutte: lasciatevi travolgere. Dalla complessità, dall’identità che per fortuna non si può giudicare con un voto, dalle domande difficili, dalle accuse di “-ismi” sempre nuovi, dalla paura di non essere abbastanza, dalle richieste inopportune e dai silenzi che sembrano muri altissimi.
Lo dobbiamo agli alunni, alle alunne, a tutti i futuri improbabili e assurdi e proprio per questo meravigliosi. Non ci sono alternative. Il presente ci insegna che non si può fermare il futuro con il passato. Lo fa quando ci parla di appartenenza, al di là di quello che dice una carta di identità; ce lo ricorda con la pubblicazione di linee guida che sono carta straccia davanti a vite in carne e ossa che respirano, chiedono, dimostrano, esistono.
Allora: lasciarsi travolgere. Lasciarsi guidare nel timore e nell’avventura della meraviglia. Assimilazione è cancellazione, ma scoperta può fare rima con rispetto e ascolto. Lasciarsi condurre tra le acque e scorgere nuove strade mettendosi al centro della discussione: strumenti, libri, formazioni, incontri, fatica, conversazioni, viaggi, studio, passione, stimoli e la consapevolezza che non si nasce imparati. Proprio per questo esiste la scuola. Perciò, nell’attesa del cambiamento, di una legge da rinnovare dal 1992, di una politica di accoglienza reale, una delle piccole libertà che ci rimangono è immaginare una riforma per la cittadinanza data a chi nasce e cresce qui in tempi umani.
E investimenti pensati per l’educazione interculturale, una cultura scolastica che metta al centro l’incontro tra comunità, tra cuori e tra vite diverse ma reali. Una scuola immaginata e immaginabile: bella, possibile, riempita fino all’orlo, dove chiunque la attraversi sappia che è uno spazio che le e gli appartiene, a prescindere da tutto. Che bella l’idea di un paese in cui a settembre torni a scuola al sicuro. Fa venire voglia di imparare tutto da capo, di ripassare il futuro.











