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di Giunta e Osservatorio Carcere dell’UCPI

camerepenali.it, 20 novembre 2025

Gli accorgimenti burocratici non siano l’occasione per soffocare le istanze del trattamento rieducativo nel nome di una distorta concezione della sicurezza e della legalità. La circolare del 21 ottobre a firma del direttore generale detenuti e trattamento, Ernesto Napolillo, sulle attività educative della comunità esterna al carcere è stata al centro di un incontro tenutosi al Ministero della Giustizia. In quella sede, l’Unione delle Camere Penali Italiane ha ribadito le proprie critiche e riserve sulla circolare che, ponendosi in contrasto con l’art. 17 Ordinamento Penitenziario, che attribuisce il potere di autorizzare gli eventi culturali, ricreativi ed educativi, proposti dalla comunità esterna al carcere, al magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, rischia, attraverso la centralizzazione dell’iter autorizzativo, di limitare gli ingressi nelle carceri per attività educative, culturali e ricreative, della società esterna

Alla decisione centralizzata, poi, si è aggiunta una serie di presupposti, requisiti e condizioni analiticamente elencati che rischiano di rendere impraticabile, per eccesso di zelo, lo svolgimento di attività culturali, educative e ricreative e, quindi, il contatto tra i detenuti e il mondo esterno al carcere, determinando, al contempo, lo stallo o la cancellazione di una serie di attività già programmate. Eventi sportivi, teatrali, letterali, laboratoriali a rischio per una circolare che, però, non può derogare né il dettato costituzionale, né l’ordinamento penitenziario.

La stessa prescrizione, secondo la quale presso gli istituti che ospitano circuiti di alta sicurezza, collaboratori di giustizia e 41 bis, le attività trattamentali offerte da soggetti e associazioni esterne, anche se destinate ai soli detenuti in media sicurezza, necessitano, in via esclusiva, di autorizzazione da parte del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, rischia di comprimere le già limitate opportunità di trattamento.

Un carcere sempre più chiuso rappresenta la negazione di ogni forma di recupero. Un carcere opaco rappresenta sempre più un luogo di segregazione e di isolamento sociale, di negazione di relazionalità, di esclusione dalla comunità civile. Un carcere blindato costituisce la precondizione per ogni forma e condotta di illegalità.

Le esigenze della sicurezza devono essere garantite senza sacrificare gli spazi di libera partecipazione all’offerta formativa, fatta di occasioni di socialità, di condivisione del pensiero, di studio, di evoluzione nel rapporto con la società esterna; diversamente verrebbe tradito, inesorabilmente, il progetto luminoso dell’ordinamento penitenziario, approvato cinquant’anni orsono, che chiarisce, in linea con i principi costituzionali, che non può esistere punizione senza finalizzazione al recupero e alla restituzione nella società.

L’Unione delle Camere Penali ha sollecitato, in occasione dell’incontro appositamente fissato al Ministero della Giustizia, la necessità di rivedere la circolare del 21 ottobre, ribadendo che l’autorizzazione agli ingressi in carcere della comunità esterna avvenga, al di là e oltre l’istruttoria dell’amministrazione penitenziaria, sempre ad opera della magistratura di sorveglianza, previo parere del direttore, in tempi certi e limitati, anche per l’amministrazione, per consentire lo svolgimento delle attività autorizzate. A tal fine, dando seguito alla opportunità offerta dalla interlocuzione con gli uffici competenti, si provvederà a trasmettere al Ministero una nota contenente l’indicazione delle criticità rilevate nella circolare e una serie di concrete proposte di revisione del testo.