di Rita Rapisardi
Il Manifesto, 10 luglio 2025
Contestato a nove ragazzi il reato di “devastazione” per i disordini avvenuti nell’agosto del 2024. In totale sono stati inflitti oltre 35 anni di reclusione ai nove ragazzi accusati della rivolta dei primi di agosto 2024 al carcere minorile di Torino. La sentenza con rito abbreviato è stata pronunciata martedì 8 luglio poco prima della mezzanotte, dopo un’udienza iniziata alle nove del mattino. I disordini al Ferrante Aporti, secondo le ricostruzioni di un anno fa, avevano coinvolto decine di detenuti che avevano appiccato un incendio nel primo padiglione della struttura e distrutto alcuni uffici. I motivi della rivolta sarebbero state le condizioni difficili e il sovraffollamento del penitenziario, all’epoca 52 detenuti a fronte di 40 posti disponibili.
“Il forte caldo di quei giorni, il sovraffollamento e le condizioni carcerarie, non sono motivi banali per spiegare quanto successo”, sottolinea Cristian Scaramozzino, difensore di uno degli indagati, che mette in dubbio il riconoscimento dei futili motivi, sottolineando comunque i fatti gravi avvenuti durante la rivolta. L’avvocato, insieme ad altri colleghi, ha anche contestato il reato di condanna, devastazione e saccheggio, rimandando invece alla nuova fattispecie entrata in vigore con il decreto sicurezza: “È assolutamente incomprensibile la scelta di non applicare la “rivolta in un istituto penitenziario” quando la normativa inserita nel decreto sicurezza è chiara e incontestabile. Il tribunale ha applicato una fattispecie che non si adatta più alla situazione. Presenteremo appello”.
La “rivolta penitenziaria” ha pene inferiori, da uno a cinque anni, rispetto agli otto per devastazione. “Non si poteva parlare di rivolta: questa figura introdotta solo di recente e peraltro, oltre a far sorgere dei dubbi di costituzionalità, è punita con pene inferiori”, ha detto Emma Avezzù, procuratrice presso il tribunale per i minorenni di Torino.
Al di là della condanna la rivolta al Ferrante Aporti è specchio della situazione invivibile delle carceri, che a distanza di un anno non è cambiata, è strutturale nel panorama italiano. Lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un recente intervento ha definito il tema “emergenza nazionale”. “Servono urgenti interventi di manutenzione e ristrutturazione per porre rimedio alle condizioni strutturali inadeguate di molti istituti”, ha detto Mattarella sottolineando anche l’inerzia della politica di fronte alle dure condizioni che si aggravano proprio nel periodo estivo.
Inoltre gli istituti minorili sembrano vivere maggiormente nell’ombra, denuncia Filippo di Blengino, segretario di Radicali Italiani: “Abbiamo presentato richieste di accesso civico per ottenere i dati sul sovraffollamento dei centri per minorenni, ma da sette di questi non abbiamo ottenuto risposta. La giustizia, specie quando coinvolge minori, dovrebbe essere un palazzo di vetro, accessibile, aperto, controllabile”.
Denunce sul tema giungono ogni giorno da chi si occupa di queste realtà dimenticate. Al 30 giugno 2025, le carceri italiane ospitavano 62.728 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 51.300 posti, un dato che i sindacati definiscono “non degno di un Paese civile e patria del diritto”. Le dure condizioni detentive si traducono in decine di atti di autolesionismo giornalieri e in suicidi, 37 dall’inizio dell’anno a cui bisogna aggiungere anche tre operatori.
Nel frattempo il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, minimizza e lavora per la costruzione di nuovi centri detentivi, anziché optare per le misure alternative che, come dimostrano gli studi, abbattono le recidive. Scelte che riguardano anche la giustizia minorile, il dipartimento preposto ha infatti annunciato un taglio dei nuclei organici che si occupano dei controlli sulle misure alternative.











