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di Fabio Tonacci


La Repubblica, 29 gennaio 2020

 

Gradisca, dietro il caso del georgiano morto un'enclave ingovernabile ad alta tensione. Assistenza al minimo, scappano anche i medici. Si moltiplicano i casi di autolesionismo.

Così non può funzionare. Il Centro di permanenza per rimpatri di Gradisca d'Isonzo sembra nato apposta per essere una polveriera. E aperto da poco più di un mese e già c'è scappato il morto. Le rivolte sono quotidiane. Gli interventi degli agenti in assetto antisommossa, quasi all'ordine del giorno. Gli ospiti del Cpr - una sessantina, la maggior parte provenienti dal Nord Africa attendono l'espulsione in una sorta di enclave del nonsenso: non possono uscire, ma se fuggono non sono formalmente evasi perché la detenzione è di tipo amministrativo; è proibito avere il cellulare ma hanno diritto a telefonare; possono spaccare gli infissi delle finestre o scavare un tunnel sotterraneo (è accaduto già due volte) e non sono passibili di niente; non sono in prigione, eppure vivono in gabbie d'acciaio.

La storia del 38enne georgiano Vakthang Enukidze, trovato privo di conoscenza nella sua cella e poi deceduto (la procura di Gorizia ha aperto un'inchiesta per omicidio volontario), dice molto su cosa siano, e su come vengano gestiti, i Cpr. I nuovi "non luogo" d'Italia. Ibridi, metà carcere e metà campi di accoglienza, ingovernabili. Partiamo da una domanda: perché Vakthang Enukidze era qui?

Il georgiano è entrato il 19 dicembre, tre giorni dopo l'inaugurazione, insieme al gruppo di 35 rivoltosi che avevano appena devastato un intero padiglione del Cpr di Bari. Con una mossa assai infelice il Viminale li ha trasferiti tutti a Gradisca invece di separarli e smistarli in varie strutture. Enukidze doveva essere rimpatriato perché senza permesso di soggiorno e già autore di alcuni reati contro il patrimonio, compreso un tentativo di rapina a Roma.

Il suo passato, da queste parti, non lo ha reso certo una mosca bianca: quasi il 90 per cento degli ospiti proviene dal fine pena. Hanno scontato reati e sono in attesa che il loro Paese conceda il nulla osta al rimpatrio. Alcuni hanno disturbi psichiatrici. In altre parole, non sono soggetti semplici da trattare. A maggior ragione se affidati, come a Gradisca, alla custodia di una cooperativa con risorse economiche ridotte all'osso dalla diabolica eredità lasciata dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini.

L'ente gestore è la padovana Edeco Onlus, un nome già noto alle cronache: la coop è stata amministratrice del problematico Centro di prima accoglienza di Cona (fino a 1.400 migranti accolti, nel 2017 vi morì una venticinquenne ivoriana) ed è finita in un paio di indagini che ipotizzano, a vario titolo, la turbativa d'asta, la frode in pubbliche forniture, l'abuso d'ufficio, la corruzione. I suoi dirigenti sono attualmente sotto processo a Padova. Ciò non ha impedito alla Edeco di partecipare e vincere il bando di gara della Prefettura di Gorizia.

La vecchia caserma militare Ugo Polonio, riadattata prima a Cie (Centro di identificazione ed espulsione) e ora a Cpr, ha 150 posti, ma solo in teoria: un'ala e la mensa sono vuote perché l'impianto di riscaldamento è rotto. Ci sono undici postazioni telefoniche fisse che funzionano con la scheda magnetica della Telecom, praticamente introvabile. A mandare avanti il centro la Edeco ha messo sei operatori, tutti stranieri, che di notte si riducono a due.

È attivo un presidio sanitario, in cui però la presenza del medico libero professionista è garantita solo per cinque ore al giorno. Tanto è complicato lavorare in queste condizioni che la prima dottoressa chiamata dalla coop ha lasciato dopo un paio di settimane. Agenti di scorta al personale "Chi è li dentro sa di essere all'ultima spiaggia: arrivano a tagliarsi la pelle o a bere lo shampoo, pur di farsi portare al pronto soccorso e tentare la fuga", racconta Gianni Cavallini, ex direttore del Dipartimento prevenzione della asl Bassa Friulana-Isontina.

All'ospedale di Gorizia hanno già registrato una cinquantina di accessi di migranti per atti di autolesionismo. "Dal punto di vista sanitario la Edeco non ha ancora trovato una stabilità. Le gabbie hanno un impatto psicologico terribile. Quando l'ho visitato ho avvertito un grande disagio, si sentivano urla disperate, quasi come fosse un luogo di torture".

La Questura è stata costretta ad aumentare il numero di agenti incaricati della vigilanza e dell'ordine pubblico interno: non è raro vedere poliziotti scortare operatori della coop mentre servono i pasti. L'eredità di Salvini E qui si arriva al peccato originale di queste strutture, volute dall'allora ministro Minniti nel 2017 e geneticamente modificate dal suo successore. Salvini, durante il suo mandato al Viminale, ha infatti tagliato i capitolati d'appalto per l'accoglienza, che prima in media erano di 35 euro a migrante al giorno, ora sono di 25 euro.

Di conseguenza sono diminuiti servizi essenziali e il personale è meno qualificato. Non è un caso che le prime quattro classificate nella gara pubblica (Badia Grande, Freedom Onlus, Ospita srl, Consondo Matrix) siano state escluse dalla prefettura di Gorizia: intendevano pagare i dipendenti con stipendi inferiori ai minimi salariali.

L'impronta di Salvini si avverte anche nella permanenza massima degli ospiti, portata da tre a sei mesi dal suo Decreto Sicurezza e, secondo gli operatori, alimentatrice di tensioni. Manca poi un regolamento ad hoc per i Cpr, il ministero dell'Interno non l'ha ancora emanato. Si va avanti con le norme che venivano applicate per i Cie. A certificare, una volta di più, la natura meticcia dei Centri di permanenza per rimpatri. Non sono carceri. Eppure lo sono.