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di Enrico Sbriglia*


Il Dubbio, 14 agosto 2020

 

Un panorama sconfortante, anche per chi continui a credere nei principi di law and order. Soltanto all'esito dei procedimenti giudiziari e disciplinari sapremo, forse, cosa per davvero sia accaduto nella Caserma dei Carabinieri "Levante" di Piacenza, idem per quanto verificatosi presso le celle delle carceri Lorusso - Cotugno di Torino; si tratta di vicende opache che, verosimilmente, inquietano anche quanti se ne stanno occupando.

Il lockdown trascorso, tra l'altro, non ha contribuito ad accrescerne il sentiment positivo; le immagini virali di operazioni muscolari, rimbalzate sulla rete, verso cittadini, anche giovanissimi, oppure verso signore di mezza età, che chiacchieravano su una panchina, o su adulti che si giustificavano goffamente asserendo di essersi allontanati dai luoghi di residenza per acquistare le sigarette o per la i ricorrenti slogan della comunicazione istituzionale, che celebravano il poliziotto di quartiere e la vicinanza delle forze dell'ordine ai cittadini.

Il distanziamento sociale di fatto ha colpito cittadini ed istituzioni, determinando scomposte ma anche spiegabili reazioni: le proteste dei familiari dei detenuti fuori le carceri e di questi ultimi che salivano sui tetti perché temevano di fare la fine dei topi in gabbia, poi però sarebbero stati imitati dagli agenti di polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, anch'essi saliti sui tetti per manifestare la loro rabbia per come l'A.G. li avesse trattati per episodi di violenza che sarebbero avvenuti nei confronti di persone sottoposte alla loro custodia.

Nel mentre le procure indagavano sulle rivolte esplose nei già malconci istituti penitenziari e sulla morte di numerosi prigionieri; nel frattempo prendeva corpo la vicenda del giudice Palamara e di quei cluster di più o meno togati che, nel mercato delle grida giudiziarie, pare lanciassero le loro OPA, da opache, succedanee del non più aggiornato "Manuale Cencelli", per gli uffici direttivi più appetibili e gli incarichi fuori ruolo. Insomma, un panorama sconfortante, anche per chi continui a credere nei principi di Law and order.

Ma torniamo a Piacenza e alle sue storie, pur sperando di sentir dire che è stato tutto un abbaglio e non un metodo consolidato, seppure in quello specifico contesto territoriale, di governare la sicurezza, gettando prede innocenti tra la fauci del facocero della giustizia approssimativa, quella che immagino alimentarsi di statistiche anzitutto.

Quante persone, ed in relazione a quali periodi di tempo, sarebbero state private della libertà personale sulla scorta di infedeli relazioni di servizio? Gli atti seguivano, come sarebbe d'attendersi, un regolare iter gerarchico-funzionale, passando sotto lo sguardo esperito, prudente, qualificato dei diretti superiori dei militari indagati, i quali, pur non apportando alcuna modifica, avevano però la possibilità di accompagnarli con le più pertinenti osservazioni, per agevolare il lavoro di comprensione da parte dei magistrati, in ossequio al principio della leale e doverosa collaborazione verso l'autorità giudiziaria?

Quanti degli arresti in questione sono stati convalidati dalle autorità giudiziarie e per quanti indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere? Quanti, arrestati, ponendo in essere atti autolesionistici, perché protestavano la loro innocenza hanno tentato il suicidio e con quali esiti refertati?

Quanti ingiustamente detenuti, per le intemperanze dettate dal loro proclamarsi innocenti o comunque contrariati dall'arresto subito, sono stati rapportati e sottoposti ai relativi procedimenti disciplinari e quanti ancora, per motivi precauzionali, sono stati collocati in ambienti "idonei", semmai in isolamento, e come i medici hanno vigilato sulla loro situazione?

È accaduto che i difensori abbiano tentato di spiegare le ragioni dei propri assistiti circa la falsità delle accuse, invocando quanto contemplato dall'art. 358 del Codice di Procedura Penale, in tema di raccolta di prove anche a favore dell'imputato. Quanti arrestati, a motivo delle condotte penitenziarie "irregolari", sono poi stati trasferiti per motivi disciplinari e/ o per sicurezza in carceri più lontane, affievolendosi, così il diritto di difesa e penalizzandone i familiari, costretti all'onere di pesanti trasferte per incontrarli?

Non raramente mi sono imbattuto in persone detenute le quali, pur rappresentandomi di essere state condannate per un reato non commesso, ammettevano però, senza ovviamente entrare nei dettagli, delle tante volte in cui l'avevano fatta franca, per cui accettavano la cosa come se si trattasse di una semplice compensazione della sorte, ma qui è diverso, non c'è ragione di Stato che tenga e né lo Stato può mai barare.

Soldi, pare che ne girassero parecchi, e anche droga. È però legittimo chiedersi se vi siano mai state, e con quali esiti, delle segnalazioni di servizio redatte dai superiori dei militari coinvolti in merito al loro stile di vita, incompatibile con i misurati stipendi che, ancora oggi, vengono elargiti alle forze dell'ordine, pure ove si calcoli il compenso per le ore di straordinario, per i turni di servizio in giornate festive e in ore notturne, all'aperto e d'inverno, il Fesi (Fondo Efficienza Servizi Istituzionali), etc.

È vero, il controllo sullo stile di vita dei propri dipendenti, in una strabica visione del diritto alla privacy, stesa oramai come un sudario pure sulle istituzioni che si occupano di sicurezza (tra l'altro pare scomparso l'obbligo del poliziotto, funzionario, dirigente, di informare sul proprio stato patrimoniale...), nel nome che uno è uguale ad uno, può esporre il superiore gerarchico al rischio del contenzioso, ove si soffermi nell'osservare con curiosità i propri subordinati, quelli di cui, in operazioni investigative e di polizia dovrebbe fare affidamento, occorre essere prudenti, ma il cogliere l'olezzo della infedeltà rappresenta anch'essa una caratteristica professionale: sarebbe imbarazzante se all'esito delle indagini si scoprisse che tutti sapessero tranne che i diretti superiori.

Non lo si deve escludere a priori, seppure ulteriori considerazioni sulla tenuta del sistema poi si imporrebbero. Forse, così come sono disciplinati, i soli concorsi pubblici non sono più affidabili per ingaggiare il personale delle forze dell'ordine e delle forze armate, tra l'altro "Google" racconta di diversi procedimenti penali pendenti relativi a concorsi con esiti falsati, di preziosi algoritmi, di un ventaglio di prezzi, a seconda dell'aspirazione del candidato, sia per l'Amministrazione che per il grado, irridendo così i concorrenti onesti.

Certo, in caso di concorsi "regolari", il superamento di prove culturali e attitudinali e il periodo di formazione, fino ad arrivare al giuramento, dovrebbero assicurarci, sempre che il momento solenne non si riduca ad un mero singulto tra giuro e l'ho duro, ma proprio per questo, in una logica di self-control istituzionale, comunque andrebbe mantenuta un'attenzione sulle condotte professionali e gli stili di vita, perché ci riferiamo a servitori dello Stato che possono sottrarre la libertà ad altri cittadini, anche ove occorra con strumenti di coercizione e le armi.

Allora, ripiegandoci su Piacenza sarà da chiarire ogni cosa, per trasformare questo incidente in una opportunità di miglioramento. In caso diverso, sarebbe il cursore di una situazione grave, pericolosa per la tenuta della stessa democrazia.

Si tratta di temi "tosti" che non piacciono, ma andranno affrontati per il bene del Paese e per il rispetto che si deve a quel carabiniere in pensione, impettito e zoppicante, e che spesso incrocio per strada. I suoi occhi ancora si inumidiscono ammirando il tricolore: raccontano, senza parlare, di spirito di sacrificio, di pericoli corsi e di difesa a favore dei deboli.

 

*Penitenziarista - già Dirigente Generale dell'Amministrazione Penitenziaria