di Arianna Finos
La Repubblica, 21 agosto 2025
Dalla serie “Gerri” alla Mostra di Venezia protagonista di “La salita” esordio alla regia di Massimiliano Gallo. È una donna di camorra irrequieta, fragile e colta. Roberta Caronia è in vacanza con il figlio dodicenne a Favignana, “abitudine familiare, sì”. Palermitana doc, “vivo a Roma da quando vinsi il provino per l’Accademia ma la Sicilia me la porto dentro per memoria e identità” sorride, evocando Elio Vittorini “che ho letto a sedici anni”. Tanto teatro, la popolarità arrivata con la serie Gerri, alla veneziane Giornate degli autori porta La salita, esordio alla regia di Massimiliano Gallo.
Come è arrivata al set?
“Nel modo più classico: i provini. Non conoscevo Massimiliano”.
Il film è ispirato a storie vere?
“Alla base due linee vere di racconto. Negli anni 80, a causa del bradisismo, alcune detenute furono trasferite dalle carceri di Pozzuoli in altri istituti, tra cui Nisida, carcere squisitamente maschile e orribile. È vero anche che Eduardo De Filippo, all’epoca alla fine della carriera, senatore della Repubblica, fu incaricato di gestire il teatro a Nisida e di inaugurarne le attività di recitazione e arti sceniche. Su questo s’innesta la finzione, il rapporto tra Beatrice Pane, una delle detenute, e un giovane che ha quasi scontato la pena. La forza del film è nel farci respirare quegli anni e il racconto di due anime che cercano qualcosa”.
Beatrice è un personaggio ricco di chiaroscuri...
“È una donna che non dipende dagli uomini: non è più madre, non è più moglie, è una donna. Paga il prezzo di una vita che non ha scelto, perché a volte l’amore è così forte che sceglie per noi. Si trova in carcere in nome di questo amore - per un marito e un figlio che le sono stati strappati via dalla camorra. Non mi sono collegata all’immagine classica della “donna di camorra”: Beatrice è una donna colta, che cita Pasolini, non uno stereotipo. Ho interpretato donne di mafia ma siamo lontani da quell’immaginario. È entrata in quel mondo per amore, senza convinzione. È fragile, ma allo stesso tempo una donna di potere”.
Il film rende omaggio al teatro popolare, canzoni e sketch...
“Mi ha colpito l’allegria del teatro napoletano, la sua gioia. Tutti sono competenti, sanno cantare pezzi di tradizione… E questa favola nera identifica il teatro come elemento salvifico. Lo è per i ragazzi di Nisida nella finzione e credo anche nella realtà. Per Beatrice è diverso: non pensa di potersi salvare ma il suo canto diventa una culla. Il teatro per per me è stato e resta un farmaco, un luogo in cui riempire dei vuoti”.
Che momento è della carriera?
“Non ho mai fatto un film da protagonista, è l’occasione per vedere a che punto è la mia storia, non sono una ragazzina. Ho fatto cose belle, mi considero fortunata. Non mi aspetto chissà che, voglio fare bene il mio lavoro”.
Quanta popolarità ha regalato una serie come Gerri?
“Di rado qualcuno mi ferma. Ho un’età in cui queste cose fanno meno effetto. Ma sono felice della tv e dell’incontro con il pubblico”.
Il provino più tosto?
“Quello per Le baccanti, regia di Mario Martone. Per l’adrenalina sbattei con forza la mano sul tavolo e poi realizzai che me l’ero rotta. Oggi direi che forse mi sarei dovuta arrabbiare e basta”.
Un momento divertente?
“Il set della serie Il cacciatore, il mio personaggio viene impiccato, mi imbragano, sospendono e poi “adesso tutti in pausa pranzo”, e fingono tutti di andarsene. Se ci penso rido ancora”.
L’incontro con Albertazzi?
“Alla Compagnia dei giovani. Ricordo la paura l’attimo prima di andare in scena, e lui che dice “bambina, puoi farlo, devi solo pensarlo”. Ho capito che noi attori siamo le parole che diciamo”.
Il momento più difficile della sua carriera?
“Probabilmente la gravidanza. Rimettersi in piedi dopo la nascita di mio figlio è stato difficile: servono sostegni, persone che ti aiutino. Questo è un lavoro che ti porta a partire e spesso ti assillano i sensi di colpa, soprattutto se sei donna”.
Ha pensato di mollare?
“No. Ho pensato che forse non mi avrebbero permesso di continuare, ma non che avrei smesso io”.











