di Daniela De Crescenzo
Il Mattino, 23 gennaio 2020
Il magistrato che ha tolto i figli ai boss della 'ndrangheta: "I miti mafiosi si smontano a scuola. Politiche sociali e più tempo trascorso in classe, così salviamo i nostri ragazzi".
"Per i giovani del Sud è necessario un piano Marshall che preveda la mobilitazione delle risorse, ma anche di tutti i soggetti in campo, a partire dalla scuola, dai centri sociali, dal volontariato".
L'Sos parte da Roberto Di Bella, presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ma anche autore con Monica Zapelli del libro "Liberi di scegliere. La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della 'ndrangheta" da cui è stato tratto un film per la Rai: nel volume racconta l'esperienza di un magistrato che per salvare i figli dei boss è costretto ad allontanarli dai padri e dal territorio che li condanna a seguirne le orme.
Sabato sarà a Napoli per discuterne al Modernissimo nell'ambito della rassegna "RagionaMenti", organizzata da Paolo Siani, Luciano Stella, Francesca Mauro e Josè Petoia. Bambini che spacciano, organizzano stese, assaltano le forze dell'ordine. E le istituzioni smarrite, non riescono a intervenire in maniera efficace.
Lei cosa suggerisce?
"Il primo terreno d'intervento è quello della prevenzione primaria che va fatta destinando maggiori risorse alle politiche sociali. Queste finora si sono rivelate inadeguate alla realtà dei fatti e all'involuzione del costume sociale e quindi anche di quello criminale. E ciò vale per la Calabria, ma anche, probabilmente, per la Campania".
Cosa servirebbe?
"Innanzitutto bisogna ampliare l'offerta formativa e scolastica prevedendo scuole a tempo pieno in tutti i territori a rischio per sottrarre i ragazzi alla strada. E poi, tenuto conto anche degli altri fattori di rischio, bisogna agire in maniera più incisiva sulla dispersione scolastica. A Reggio Calabria abbiamo siglato un protocollo prefettizio con la direzione scolastica provinciale e abbiamo previsto che tutte le situazioni di disagio e dispersione scolastica siano segnalate alla procura presso il tribunale per i minorenni. Abbiamo così ridotto moltissimo la dispersione, soprattutto tra i rom, intervenendo sulla responsabilità genitoriale. Prima prescriviamo ai genitori di ottemperare all'obbligo scolastico. Se la mancanza prosegue mettiamo i ragazzi in comunità a semiconvitto e, nei casi più gravi, a convitto. Se c'è un'inadempienza interviene lo Stato guardando al prevalente interesse dei minori".
Ma i docenti non sono Superman...
"È vero, ma oggi gli insegnanti vanno adeguatamente preparati ad affrontare i temi del disagio giovanile, del bullismo e della criminalità minorile. A scuola bisogna combattere i miti mafiosi facendo capire ai giovani che la vita nei clan porta al carcere, alla morte o comunque a un'esistenza di sofferenza. Non solo. Ai ragazzi bisogna mostrare le conseguenze che la criminalità organizzata ha sulla vita di tutti noi. E per la Campania penso ad esempio alla Terra dei fuochi".
Basterà?
"Bisogna ricordare le vittime di mafia e gli eroi civili. Questo compito non può essere lasciato solo a Libera o a interventi occasionali. Se serve occorre mettere in campo il supporto psicologico anche per mediare i conflitti che sorgono in classe. Io ho fatto judo per tanti anni e trovo straordinaria l'esperienza del maestro Maddaloni a Scampia: dovrebbe essere replicata in tutti i territori a rischio".
E se non bastasse?
"Allora scendono in campo i magistrati del tribunale per i minorenni. Noi interveniamo quando ci sono dei reati o quando all'interno delle famiglie si vivono situazioni pregiudizievoli per i minori. E sono capitati casi di bimbi di dieci, undici anni, coinvolti a pieno titolo dai genitori nel narcotraffico, nel trasporto di armi o nel ruolo di vedette. In questi casi segnalati, in virtù di uno specifico protocollo, al tribunale per i minorenni dalla procura antimafia e dalle procure del distretto, noi interveniamo a tutela dei minori e può scattare l'allontanamento. Ma cerchiamo sempre di coinvolgere i genitori nei percorsi educativi e nel novanta per cento dei casi le mamme, che sono donne provate da lutti o carcerazioni, accettano. Alcune diventano anche collaboratrici o testimoni di giustizia per salvare i figli. Altre non hanno contributi dichiarativi da rendere all'autorità giudiziaria e quindi non possono essere inserite in un programma di protezione ma sono aiutate da Libera e ultimamente anche dall'Unicef".
Come?
"Il 5 novembre 2019 come tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, abbiamo siglato un protocollo con i ministeri di Giustizia, Istruzione e Famiglia, le procure nazionali antimafia e di Reggio Calabria e la Cei, creando, una rete che consente ai ragazzi e ai nuclei che vogliono allontanarsi dai clan, di entrare in una rete di protezione fatta da famiglie e volontari. Un progetto finanziato con l'otto per mille".
Un piano esportabile?
"Certamente. Al momento è calibrato sulla Calabria, ma è possibile allargarlo visto che stiamo avendo risultati ottimi".









