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di Irene Famà

La Stampa, 29 luglio 2024

Viaggio tra i ragazzini arruolati dai clan nelle piazze di spaccio romane. Fino a cento euro al giorno per aiutare i pusher: “Via, ci sono gli sbirri”. Un lungo fischio. “Le guardie, le guardie!”. Se hai dodici anni e vivi nelle piazze di spaccio della Capitale sai bene come funziona. Sai bene che non appena vedi una divisa devi iniziare a correre e a fischiare. Devi lanciare il segnale: “Ci sono gli sbirri”. E così fa quel ragazzino dal taglio sbarazzino e lo sguardo da duro nonostante la giovanissima età. Il nome? Agli estranei non lo dice. È stato arruolato nell’esercito dei bambini vedetta. E addestrato a dovere. Soldato dello spaccio, lui come tanti altri. Ecco la nuova frontiera del racket dei minori non accompagnati. Da soli lasciano il loro paese e arrivano in Italia. Finiscono nei centri d’accoglienza, vengono intercettati in strada e inseriti nella piramide del commercio degli stupefacenti. Roma, Napoli, Palermo. Non hanno documenti, nessuno sa davvero chi sono. E non hanno nulla da perdere. Cento euro al giorno per fare la sentinella sono più di quanto potessero sperare. La criminalità lo sa e ne approfitta. I più piccoli non sono nemmeno imputabili, per i più grandicelli non è necessario pagare un avvocato. Sono manovalanza, non parte della famiglia. E soprattutto non hanno nulla da perdere.

Si parte dal Quarticciolo, quartiere popolare ad est di Roma. Palazzoni dall’intonaco scrostato e dalle scritte sul muro che raccontano malavita e amori da strada: “Quel proiettile è per te”, “Syria ti amo”. Scheletri di motorini e auto rubate e date alle fiamme sono ammassati nel cortile del quadrilatero a lato di corso Palmiro Togliatti. Una sciabola è nascosta vicino a un albero, un martello e una pistola (riproduzione di una vera, ma questo verrà accertato solo dopo) sono appoggiati dietro le centraline dell’acqua: da utilizzare quando arrivano “le guardie” o gli estranei. Le vedette sono tutte lì, sedute sul balconcino di un bar. Quando è il loro turno, salgono sui monopattini e iniziano a perlustrare la zona. Don Antonio Coluccia, il prete salentino sotto scorta che sfida i clan, ne intercetta una. Avrà sì e no quindici anni, arriva dal Marocco. “Ma lascia perdere sta cosa. Che c’è qua? Che c’è? Ci sono gli anni di carcere”. Il ragazzo ha paura, si guarda intorno: “Eh prete c’hai ragione”. Il parroco lo incalza: “Quanto dura il tuo turno? Sei, sette ore?”. L’adolescente ribatte: “Boh, sì. Ma, con tutto il rispetto, questo esce dalla parola vostra”. Prende e scappa. Chi parla troppo, da quelle parti, si guadagna l’epiteto di infame.

Don Coluccia afferra il megafono: “Qui si incrociano povertà e mancanza di lavoro”. Il parroco denuncia “vuoti istituzionali. E spacciatori nord africani con i clan italiani stanno cercando di minare questo territorio che invece va riscattato”. Le parole sono nette: “I clan hanno consenso sociale perché lo Stato, qui, non c’è”. Pensa ai giovani. Che radunati in un angolo osservano spavaldi. Alzando il dito medio.

“I ragazzi di questo territorio non sono all’asta”, tuona don Coluccia. Poi trasmette la canzone di Fabrizio Moro: “Pensa. Prima di sparare, pensa. Prima di dire e di giudicare, prova a pensare. Pensa che puoi decidere tu”. Due signore, solo due in quel crocevia di palazzoni, scendono in cortile. Una di loro ha una figlia che studia chimica all’università. “Guardi, nessuno si affaccia. Io lo faccio per mia figlia. Magari poi me menano. Qui è così. E io ci sono nata, ho visto tutte le trasformazioni. Ora usano pure i bambini”.

Lo stesso succede a Tor Bella Monaca, definita la piazza di spaccio più grande d’Europa. Quarto municipio che ospita venticinque centri d’accoglienza sui cinquanta di Roma. I nomi di chi gestisce quello che gli investigatori definiscono “il supermercato della droga” sono altisonanti: le famiglie Longo, Lionello. Pure i Moccia, vicini alla Camorra. Anche lì hanno compreso che i minori non accompagnati sono un affare. Soprattutto se impiegati nel commercio della cocaina, dell’eroina e del crack.

In via dell’Archeologia ogni targa nuova viene seguita da vedette che impennano sugli scooter. E seguono l’auto, l’accerchiano. Come a dire: “Questo è il nostro territorio”. Prima i ragazzini-vedetta li ospitavano nei garage, sotto dei palazzi che gridano vendetta al cospetto di Dio. Nei mesi scorsi i box sono stati sgomberati. All’interno restano macerie, vecchie griglie, immondizia. Un poster di Tupac, rapper americano ammazzato a colpi di pistola da una gang a Las Vegas. E le giovani sentinelle ora le mettono negli alloggi occupati. Almeno possono riposarsi. Il resto è lavoro: avanti e indietro, da mattina a notte fonda, ad assicurarsi che non arrivino le forze dell’ordine. “Dobbiamo essere realisti - dichiara Franco Nicola, presidente del Quarto municipio - Le bande criminali, perlopiù di nordafricani, si stanno battendo per impadronirsi della piazza di spaccio. Sfruttando i minorenni. Non si può sottovalutare la questione”. Solo l’altro giorno, un diciottenne di origine tunisina ha accoltellato un connazionale di 27 anni. L’ha colpito al braccio, al petto, gli ha perforato un polmone. La vittima è gravissima in ospedale. Il diciottenne, in carcere, si rifiuta di parlare. Prima regola? L’omertà. Il resto lo mormorano lì intorno: “Questioni di droga”.

A San Basilio, altra zona di spaccio della Capitale, è tutto più in ordine. La chiamano piazza della Coltellata, per una resa dei conti davanti a un bar. I “boss”, e il termine non è errato perché sono eredi dei Marando, noto clan della ‘ndrangheta, si ritrovano davanti al circolo di Padel. La criminalità organizzata calabrese sembra avere tutto sotto controllo: lasciare il territorio in mano ai ragazzini è un rischio troppo alto. Qualcuno c’è. Ed è monitorato con attenzione.

Sul racket dei minori non accompagnati finiti in mano ai narcos nostrani indaga la polizia. Approfondimenti complessi, volti a fare luce sulle dinamiche delle piazze di spaccio. “È un fenomeno che continua ad allarmare - dice Fabio Conestà, segretario generale del movimento sindacale autonomo di polizia Mosap - Si tratta di ragazzini, spesso molto piccoli, intorno ai dodici e tredici anni, che finiscono in mano a dei criminali che gli rubano il futuro”. Dalla periferia di Roma arriva una lamentela: “Nessuno ci considera. Mai”. Le vedette lasciano passare le auto dei clienti abituali. Macchine di lusso. “Arrivano pure da Roma nord”, spiegano. Quando si tratta di affari, periferia e centro sono distinzioni che non contano nulla.