di Simona Ciaramitaro
collettiva.it, 3 maggio 2026
Nel carcere romano la lettura del testo teatrale scritto dai detenuti per raccontarci un’Odissea inedita, una ‘Nessunea’ che riguarda tutti da vicino. Lo sapevate che Ulisse aveva un ghost writer, o, meglio, un ghost inventore? Io l’ho saputo e imparato assistendo nel carcere romano di Rebibbia alla prima lettura del testo teatrale ispirato all’Odissea della compagnia dei detenuti diretta da due maestre del teatro, Emilia Martinelli e Tiziana Scrocca, registe e attrici. Davanti a un pubblico di ‘addetti ai lavori’ i 13 giovani uomini hanno letto la loro elaborazione dell’opera di Omero che metteranno in scena prossimamente come restituzione di un laboratorio realizzato anche quest’anno dallo Stap Brancaccio di Roma, scuola di teatro e arti performative, che ha potuto realizzare il progetto grazie ai fondi dell’8x1000 della Chiesa Valdese.
Si tratta dell’avventura di Ulisse raccontata dal punto di vista dei suoi marinai, che si definiscono i tanti ‘nessuno’, nome con il quale chiama se stesso il protagonista dell’Odissea al cospetto del Ciclope. Quei ‘nessuno’ che nella storia, come nel mito e poi nelle società in cui viviamo non vengono considerati come protagonisti, invisibili, mentre senza i quali la storia stessa non esisterebbe. Quei ‘nessuno’ dell’Odissea finiranno con l’essere materialmente sacrificati da Ulisse, mentre lui, il presunto eroe, sarà l’unico a tornare a casa. Quanti ne stiamo vedendo di Ulisse ai tempi nostri!
Un Ulisse sotto diversa luce . Non nego che in me, assistendo a questa lettura della ‘Nessunea’, ha avuto spazio un sentimento di simpatia per una visione di Ulisse che mi è sempre appartenuto. Diciamocelo: Odisseo, colui che giustamente ha sempre rappresentato il desiderio di conoscenza e di viaggio inteso come scoperta, oltre che di astuzia, era anche un egocentrico ed egoista come ci dicono i nostri attori (e per inciso anche uno sciupafemmine), pronto a sacrificare i suoi marinai per soddisfare i suoi appetiti cerebrali. I marinai lo hanno chiaro, e perdono la fiducia in lui e sfiducia e disillusione sono altri elementi che toccano tutti da vicino.
Tornando al nostro incipit, c’è un marinaio che ci fa sapere che gli stratagemmi messi a punto da Odisseo, a partire dal celebre Cavallo di Troia, foriero di morte e distruzione, non erano farina del suo sacco, ma di questo ‘nessuno’, la cui vita sarà sacrificata insieme a quella degli altri marinai. Già tutto ciò non è poco per un gruppo di attori privati della libertà, alcuni dei quali non avevano mail letto prima d’ora l’Odissea.
I detenuti ci parlano di noi - Ciò che salta all’occhio, soprattutto di chi ha visto alcuni dei lavori teatrali elaborati a Rebibbia precedenti, è come la loro lettura assuma un valore universale e non solamente legato alla loro condizione di detenuti. Più di ‘Nella pancia del pescecane’, tratto dal Pinocchio di Collodi, e di ‘Odissea’, sempre dall’omonima opera di Omero, ‘Nessunea’ non ci fa indugiare di continuo sullo stato particolare degli attori, ma fa riflettere su noi stessi, sulla società in cui viviamo.
L’affrontare le difficoltà della vita è quello di tutti noi, dei tanti che affrontano “l’odissea degli invisibili”, non solamente dei detenuti. Così come il riflettere sugli errori commessi, sui rimpianti e i sensi di colpa che tutti accumuliamo, sino a quando si afferma, narrando il capitolo in cui i marinai sono trasformati in maiali dalla maga Circe: “Nel recinto delle bestie ci siamo accorti di essere umani”. E ancora, “ci si abitua a tutto” dicono: non è quello che noi stiamo constatando nelle nostre vite pubbliche e private? Certo, i tredici ragazzi sono costretti ad abituarsi a qualcosa per noi inimmaginabile, ma anche ci stiamo assuefando a quanto non avremmo mai immaginato. E sulla guerra (i marinai di Ulisse arrivano dallo scempio di Troia), i nostri attori ci ricordano che “non c’è gloria senza vita” e ci richiamano alla violenta insulsaggine dei conflitti armati. Anche lo spazio riservato all’episodio delle sirene e al loro canto ammaliante, ci porta a riflettere sulle nostre tentazioni, talvolta assecondate, ad ascoltare e seguire le voci seducenti che ai tempi nostri si moltiplicano e ancor più facilmente ci raggiungono. Un canto delle sirene che ci offre soluzioni facili e al quale cediamo, più o meno inconsapevoli della loro pericolosità, per noi e per la realtà alla quale apparteniamo.
Libertà di affetto, ancor più che di movimento - Il momento in cui torniamo a considerare i nostri attori come persone detenute è il finale, benché anche la frase pronunciate da un marinaio “per gli dei siamo solo la nostra colpa” ci riporti nel luogo in cui ci troviamo, il carcere. Nel finale ogni “invisibile”, ogni marinaio che a casa non tornerà mai più, esprime il proprio desiderio di uscire dal carcere, i motivi che animano questo desiderio, nonostante sia talvolta intriso di paure nell’affrontare il mondo esterno. Esattamente come anche a ciascuno di noi, con sfumature e contesti diversi, può essere capitato nella vita. Ascoltandoli, uno per uno, si sente che sono gli affetti a mancare nel carcere, forse ancor più della libertà, quella di movimento. In carcere manca l’amore di un genitore, di una donna, di una figlia o di un figlio. Mancano gli abbracci, i baci, il vedere i volti e i corpi di chi si ama.
E’ questo che più di tutti ci riporta alle politiche carcerarie di questo Paese, che limitano, ad esempio, persino i contatti telefonici con i propri cari, benché siano stati leggermente incrementati. Le limitazioni non riguardano solamente pericolosi mafiosi o terroristi, per i quali le precauzioni possono essere giustificate, ma anche chi è detenuto pe reati minori, per reati che da tempo una parte delle associazioni umanitarie e della società civile chiedono pene alternative anche per fare fronte all’annoso problema del sovraffollamento carcerario.
Il coraggio di guardare al futuro grazie al teatro - Colpisce infine il desiderio di un ragazzo molto giovane che in età adolescenziale ha fatto diversi anni di teatro, avviandosi anche alla danza classica e al canto in vista di affrontare l’Accademia d’arte drammatica, carriera a lui negata perché troppo costosa la retta. Non gli chiedo come mai allora abbia commesso un reato che lo ha portato in carcere, non posso, non devo e forse nemmeno dovrebbe interessarmi. Il suo obiettivo, a fine pena, è quello di riprendere a studiare teatro e un giorno essere lui a tenere laboratori teatrali in carcere, con una consapevolezza che nessun altro può avere. È in lui, come in tutti i suoi compagni, che ci appare evidente la valenza delle attività in carcere e in particolare del teatro, strumento artistico che porta conoscenza e riflessione e alla possibilità di immaginare e volere una vita diversa da quella che li ha condotti alla privazione della libertà.











