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di Lorena Crisafulli

L’Osservatore Romano, 30 marzo 2025

L’iniziativa “Libri Liberi” nell’istituto penitenziario. Immergersi in altre storie provenienti da luoghi e tempi remoti, ma in grado di restituire la dimensione più autentica e intima di un’umanità talvolta perduta in un luogo difficile come il carcere. È accaduto a Rebibbia con la rassegna letteraria “Libri Liberi”, promossa dalla Fondazione De Sanctis allo scopo di offrire alle persone detenute la possibilità di esplorare le profondità della condizione umana attraverso alcuni capolavori della letteratura. Il primo appuntamento della rassegna, che toccherà altre città e si concluderà a dicembre, si è svolto nella casa circondariale romana il 6 marzo, alla presenza di Margherita Cassano, prima presidente della Corte Suprema di Cassazione italiana e Teresa Mascolo, dirigente penitenziario e direttore della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso.

L’iniziativa è patrocinata dal Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità - in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura del Ministero della Cultura. “Libri Liberi si propone di abbattere le barriere dell’isolamento, trasformando le carceri in luoghi di apprendimento, crescita e speranza - dichiara Francesco De Sanctis, Presidente della Fondazione De Sanctis -. Questo progetto non solo favorisce la crescita personale e l’empowerment dei detenuti, mediante la cultura e la conoscenza, ma promuove anche l’inclusione sociale e la sensibilizzazione sulle sfide e sulle opportunità di reintegrazione nella società”. Diversi nomi e volti conosciuti al grande pubblico hanno deciso di supportare “Libri liberi” per il suo valore sociale e culturale, consapevoli della forza della letteratura nel trasformare anche le esperienze più difficili e complesse: Maurizio De Giovanni con Fabrizio Bentivoglio, Elisa Fuksas con Elena Lietti, Daniele Mencarelli con Alessio Boni, Aurelio Picca con Sergio Rubini, per citarne solo alcuni. Stefano Fresi ed Edoardo Albinati hanno avviato l’iniziativa nel carcere di Rebibbia ripercorrendo “L’Odissea”, e altri si avvicenderanno nelle tappe successive in giro per l’Italia e poi di nuovo a Roma: Rosella Postorino e Francesco Montanari il 15 maggio a Regina Coeli per raccontare “La strada di San Giovanni” di Italo Calvino e il 9 giugno Giulia Caminito e Claudia GerMi nel carcere minorile di Casal del Marmo con le letture de “L’isola di Arturo” di Elsa Morante.

“Con il prezioso contributo di attori e scrittori di fama, gli incontri diventano esperienze uniche e irripetibili, in cui le storie prendono vita attraverso letture avvincenti e discussioni appassionate”, rende noto la Fondazione. Nel corso dell’incontro a Rebibbia, accolti dall’entusiasmo delle persone detenute sedute in sala, Albinati e Fresi hanno raccontato e letto alcuni dei passi più significativi dell’Odissea: l’incontro con Polifemo e le sirene, la vendetta sui pretendenti di Penelope, l’abbraccio tra Ulisse e la moglie, sullo sfondo il tema principale dell’opera, ovvero il viaggio, quel “nostos” (ritorno) che richiama l’atmosfera della nostalgia, la tensione del ritorno. Un viaggio che riconduce a Itaca, la casa di Ulisse, in un cammino ricco di sfide e ostacoli che il protagonista deve affrontare e superare per vincere la battaglia con se stesso. “L’Odissea, con il suo schema classico dell’avventura, è una metafora della detenzione”, ha fatto notare lo stesso Albinati, che ha insegnato a Rebibbia per quasi 3o anni.

Nel suo intervento Fresi ha ricordato il film in cui era uno dei protagonisti, “Smetto quando voglio”, dove l’episodio di fuga era ambientato proprio tra le mura di Rebibbia: “Il valore di questa iniziativa risiede nel ribadire che il carcere non deve allontanare dalla società, ma promuovere il reinserimento”, ha specificato l’attore romano. Grazie alla partecipazione attiva delle persone detenute, l’incontro è stato arricchito di una dimensione interattiva dove il dialogo e il confronto hanno contribuito a creare un ambiente di riflessione. “Siamo pezzi di carta, non siamo accolti come Ulisse, ci portiamo sempre dietro il pregiudizio e viviamo la nostra Odissea”, ha dichiarato commosso uno dei detenuti presenti in sala. “Sono in carcere da vent’anni, la cultura mi ha dato la forza e come Ulisse che sperava che la moglie lo aspettasse, anche noi non dobbiamo perdere la speranza”, ha chiosato un altro tra loro.

“Penso alla figura di Penelope che rappresenta la speranza e al contempo la perseveranza, due sentimenti centrali per chi si trova in carcere - ha poi aggiunto Andrea O stellari, Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia -. Quello che porta alla libertà è un percorso difficile e può capitare che si cada o ricada in qualcosa di sbagliato. Bisogna perseverare e non perdere mai la speranza di un futuro migliore. Il governo fa e continuerà a fare la sua parte. Sappiamo che il 98% di chi impara a fare qualcosa in carcere poi una volta uscito non delinque più, dobbiamo investire in questo e sul personale da incrementare.

Importanti anche le “strutture esterne”, previste dal decreto ministeriale di prossima pubblicazione: aiuteranno i detenuti che, nonostante abbiano completato il percorso di pena, non possono uscire dal carcere per mancanza di un domicilio idoneo”. Il carcere romano non è nuovo alla promozione di esperienze culturali di questo tipo, si pensi ad altri progetti dove l’arte è stato il filo conduttore e l’elemento trainante di un modo diverso di vivere la reclusione: “Credo ancora nelle favole”, il laboratorio teatrale realizzato con alcune persone detenute all’interno della casa circondariale romana, “L’arte non ha sbarre”, il progetto di riabilitazione attraverso l’arte-terapia e i laboratori manuali di pittura per sensibilizzare í cittadini sulle difficoltà della vita in carcere e sulle possibilità di rieducazione delle persone detenute, oltre ai tanti corsi per favorire il reinserimento lavorativo post reclusione come “Fratelli tutti”, la formazione professionale per i detenuti di Rebibbia.

Tutte iniziative che hanno cercato in qualche modo di alleviare la condizione di reclusione di coloro che stanno scontando una pena, per aiutarli nel difficile percorso di reintegrazione sociale che li attende alla fine del percorso di reclusione. E l’idea alla base della rassegna promossa dalla Fondazione De Sanctis è proprio quella di rendere la cultura un mezzo di riscatto e di rinascita per queste persone, in un luogo in cui la vita scorre lenta e l’incertezza del “dopo” acuisce per loro la spaccatura tra “dentro” e “fuori”, un fuori sbiadito e per alcuni ancora troppo incerto che si riaccende solo nella speranza di poterlo rivivere al più presto.