di Conchita Sannino
La Repubblica, 22 ottobre 2025
Le gestanti sarebbero anche entrate in contatto con un’ostetrica affetta da meningite e aspettano ancora l’inizio della profilassi. Incinte, ammalate ed esposte a gravi complicazioni di salute: donne detenute sostanzialmente in abbandono. Mentre in altre celle, si lamentano anche le madri rinchiuse con i loro bambini. È il trattamento Rebibbia, girone infanzia, o maternità calpestata. Ciò che il decreto Sicurezza minacciava, il carcere oggi rivela. Ma la vergogna annunciata si presenta in condizioni persino peggiori del previsto: uno scenario “fuori secolo” di cui l’opposizione chiede ufficialmente conto a Nordio e Schillaci, con un’interrogazione a risposta scritta.
Otto donne in gravidanza. Cinque madri con bambini. Tutte in condizioni di precarietà fisica e psicologica. Alcune in stato di salute definito a rischio. A squarciare il velo su Rebibbia, istituto colpito da sovraffollamento e suicidi (due in tre giorni, solo a settembre), l’ennesima visita parlamentare: stavolta è la deputata Pd Michela Di Biase ad avere ascoltato storie e nomi, appuntato fatti e domande.
“Quello che salta agli occhi è la condizione preoccupante in cui versano queste donne e i bambini - spiega a Repubblica - rispetto alla necessità di fornire loro le cure necessarie e con la dovuta tempestività, sia alle persone detenute sia ai nascituri”. Per la parlamentare, “solo la pulsione punitiva e anticostiuzionale che anima il concetto di sicurezza di questa destra può reggere la scena di donne in gravidanza, anche affette da serie patologie, insieme con i piccoli che vivono nella sezione “Nido” del carcere. Scene che sono tornate a vedersi nelle carceri solo grazie al Dl sicurezza”.
Così l’interrogazione, prima firmataria Di Biase, con la responsabile dem della Giustizia, Debora Serracchiani, e con i colleghi Gianassi, Lacarra e Scarpa, richiama Guardasigilli e titolare della Salute al rispetto dell’articolo 3 della Convenzione delle Nazioni Unite “sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”. Interpella i ministri sulla doverosa verifica “delle misure idonee a garantire l’assistenza sanitaria, psicologica e sociale alle detenute e ai loro bambini”. Chiede a via Arenula di verificare se “le autorità competenti abbiano valutato la possibilità di applicare misure alternative”.
Anche Serracchiani punta il dito: “Le donne in gravidanza e i bambini non possono, anzi non devono stare in carcere. Quella voluta dal governo Meloni è una norma di inciviltà e pericolosa per donne e bambini, come emerge con chiarezza dalla vicenda gravissima di Rebibbia. Una vergogna di cui riteniamo responsabile Nordio e il suo ufficio”.
Quando Di Biase è entrata in carcere, ha trovato le scene che già avevamo allertato il garante dei detenuti di Roma. Ecco la sezione “Cellulare”: in tre hanno il pancione e segni evidenti di disagio. Ma per due, la gravidanza a rischio. “Una è alla 34esima settimana, affetta da diabete mellito gestazionale e sottoposta a trattamento per tromboflebiti, e l’altra al settimo mese di gestazione, anche lei in condizioni critiche”, aggiunge Di Biase. Non basta: perché le detenute, registra l’interrogazione, “sarebbero entrate in contatto con un’ostetrica affetta da meningite”. Ma sembra aspettino ancora la profilassi necessaria. Poi, nella sezione Camerotti, altre quattro detenute incinte: e tra loro, una persona trans (nata donna, ma con un percorso di transizione in corso) “in gravi condizioni di salute”. Alcune “non hanno neanche la forza di combattere - dice Di Biase - La più sofferente ha 41 anni, è straniera. Mentre parlavamo, dentro, faceva già freddo. E alcune non hanno neanche vestiti adeguati per proteggersi dall’inverno”.











