di Francesca Amé
vanityfair.it, 23 dicembre 2024
“Io contengo moltitudini” è l’installazione di Marinella Senatore, svelata il 26 dicembre, dopo l’apertura della seconda Porta Santa nel carcere. È un Natale particolarmente speciale, questo. Papa Francesco la notte della Vigilia dà avvio al Giubileo 2025 con l’apertura della Porta Santa a San Pietro e poi apre un’altra porta speciale. Quella di un carcere. Sì, con i gesti fortemente simbolici che lo caratterizzano da sempre, Francesco il 26 dicembre ha scelto come Seconda Porta Santa da aprire per il Giubileo dedicato ai “pellegrini di speranza” quella del carcere romano di Rebibbia. Un simbolismo perfetto, necessario, un gesto forte per restituire la speranza a chi vive recluso, a chi spesso è dimenticato, in un momento molto difficile per le condizioni generali delle nostre case di reclusione. Un modo per spalancare porte di luoghi che ci fa comodo tenere sprangati. Quello stesso giorno, il Papa non è solo. È svelata nel cortile del carcere, visibile ai detenuti e a tutte le loro famiglie, anche un po’ di bellezza. È merito di Marinella Senatore, artista che nella sua pratica da sempre mette al centro le persone e la vita.
Grazie al progetto L’arte contemporanea in carcere: la sfida della speranza, voluto dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Marinella Senatore ha realizzato in collaborazione con la popolazione carceraria di Rebibbia e con la cura appassionata di Cristiana Perrella, un’opera con un titolo che non ha bisogno di troppe spiegazioni: Io contengo moltitudini.
È una installazione importante, alta circa 6 metri e dal diametro di 3: è composta da luminarie e elementi che riportano frasi in diverse lingue e dialetti. “Nella sua forma, si presenta come una struttura verticale che evoca le macchine usate nei fuochi d’artificio delle festività barocche romane”, ha spiegato Marinella Senatore, “Nella mia pratica le opere sono innanzitutto esperienze condivise e trasformative, riflesso del mio impegno continuo nella partecipazione attiva e nella collaborazione collettiva. Le frasi selezionate, raccolte insieme ai membri della comunità, sono espressioni potenti di speranza e si intrecciano in una narrazione comune attraverso cui l’opera diventa un luogo di incontro e condivisione. Le luminarie, ispirate alle tradizioni popolari del Sud Italia, diventano architetture effimere che creano occasioni di incontro e partecipazione. La luce ha la capacità di trasformare un luogo in uno spazio speciale dove possano accadere cose speciali”.
E ancora: “Sono convinta che l’arte possa essere molto trasformativa, che possa attivare nelle persone cambiamenti molto più veloci di altri metodi. Non è la prima volta che lavoro in un carcere, l’ho fatto in diverse altre parti del mondo, ma a Rebibbia è successa una cosa molto particolare. Quando in passato ho invitato detenuti a scegliere una frase da disegnare sulle luminarie, spesso mi proponevano parole di altri, citazioni, testi di poesie. A Roma questo non è accaduto: chi ha partecipato ha voluto usare parole personali, le sue precise parole. Questo dimostra che siamo riusciti a dare voce e ascolto a persone che non hanno voce e ascolto nella nostra società. Sono rimasta profondamente colpita dal progetto a Rebibbia: tornerò di sicuro. I detenuti, non mi vergogno a confessarlo, mi sono stati anche vicino durante un momento di grave difficoltà personale (un ricovero ospedaliero fortunatamente risolto, ndr) facendomi sentire il loro forte desiderio di portare avanti il progetto”.
“Il carcere è un luogo che ha un enorme bisogno di bellezza e di cultura: ne hanno bisogno i detenuti e anche chi vi lavora”, dice Cristiana Perrella che ha curato il progetto di Senatore a Rebibbia e che sarà anche la curatrice per il 2025 del programma del nuovo spazio espositivo del Dicastero, denominato Conciliazione 5, dal numero civico della via in cui si trova. Lo spazio è concepito come una vetrina aperta 24 ore su 24 su via della Conciliazione ai pellegrini di passaggio che qui trovano esposte opere di artisti contemporanei realizzate in collaborazioni con diverse carceri: si comincia con il pittore cinese Yan Pei-Ming, famoso per i suoi intensi ritratti di grandi dimensioni. L’artista realizza alcuni nuovi lavori dedicati al carcere di Regina Coeli di Roma che ha visitato nei giorni scorsi: “Sono state giornate molto intense. L’arte, infatti, sollecita un modo differente di vedere e capire le cose, sfidando le convenzioni e generando nuove domande, nuovi pensieri e dunque aprendo a una possibilità di trasformazione”, commenta Perrella.
I lavori di Pei-Ming si vedranno in occasione del Giubileo degli Artisti (15-18 febbraio) e altri progetti, altre Porte della Speranza verranno aperte in altre carceri, in Italia e nel mondo, per un Giubileo di reale speranza per tutti. Perché, come ha detto il cardinal de Mendonça, “Sono importantissime le esperienze che portano la produzione artistica contemporanea in luoghi sensibili dell’esistenza, dove si toccano con mano le nude domande. Le carceri sono luoghi così. L’arte può essere voce e volto dei drammi che rimangono di solito invisibili e può rendere le società più consapevoli della loro altissima responsabilità, che ci obbliga ad una cittadinanza attiva e condivisa”.









