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di Alessia Marani

Il Messaggero, 9 luglio 2024

Nel carcere romano il rapporto tra posti occupati e disponibili è del 183% contro il 130 nazionale. L’ultimo report del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, relativo al “monitoraggio delle camere e degli spazi di detenzione” delle carceri italiane assegna a Regina Coeli un autentico record, ossia un livello di sovraffollamento pari al 183,89 per cento rispetto a una media nazionale che è del 130 per cento. Tra i più alti di Italia insieme a Foggia. Altri numeri rendono l’idea di quanto la gestione della sicurezza all’interno dell’istituto protagonista nelle ultime settimane di disordini, se non di una vera e propria rivolta esplosa il 27 giugno scorso nella terza sezione (coinvolte 200 persone) seguita da un’altra un paio di giorni dopo (nella quarta, coinvolti in 80), sia a rischio: attualmente i detenuti sono infatti 1.150 quando la capienza massima consentita sarebbe di 600 e questo a fronte di appena 280 agenti di polizia penitenziaria dislocati su turni, con ferie e riposi annessi, quando da pianta organica dovrebbero essere 400. Il tutto inevitabilmente si traduce in un clima rovente non solo per le temperature calde di questo inizio d’estate ma anche perché tra le sbarre, i corridoi e gli spazi comuni dove i reclusi passano la maggior parte del tempo, gira di tutto: dalla droga ai distillati fai-da-te fino, soprattutto, ai telefonini. Ricreando in una zona in cui l’espressione della giustizia dovrebbe essere all’apice, un microcosmo in cui si replicano - con regole proprie - le dinamiche della malavita con tanto di “capibastone” e “piazza” di spaccio.

Avere la disponibilità di un cellulare in carcere è assolutamente vietato. Bisogna impedire che i detenuti abbiano contatti con l’esterno, specie per impedire loro di potere continuare con traffici e operazioni illecite. Scontato, si direbbe. Ma così non pare, almeno a farsi un giro nella rete. Spuntano fuori persino i video su Tik Tok che hanno immortalato in diretta la rivolta esplosa nella terza sezione, girati dall’interno delle celle. Urla e boati. Qualche video è accompagnati anche da una “colonna sonora” fatta di canzoni neomelodiche. In uno si sente l’esplosione di quella che sembra una bomba carta o una molotov improvvisata, seguono le fiamme, mentre i detenuti inneggiano alla rivolta: “Evvai, vai zi’...”, un’altra voce irrompe “vai che je stamo ad allaga’ una sezione...”. E ancora: “Daje Regina Coeli daje”. Due giorni dopo altro tentativo di ribellione nella quarta sezione. Qualcuno ha sfondato persino i pannelli in plexiglass precipitati dal terzo piano, pensare che dovevano servire a impedire il lancio di oggetti dai “finestroni”.

Per riportare gli animi alla calma era stato necessario l’intervento del Presidente del Tribunale di sorveglianza e del magistrato di Sorveglianza di Roma. Solo una settimana prima sul posto si era recato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro. “Le condizioni lavorative del personale di polizia penitenziaria, pedagogico, sanitario e amministrativo sono sempre più in difficoltà nelle attività da svolgere in tale ambito”, scriveva in una nota l’Uspp Lazio, l’Unione dei sindacati di polizia penitenziaria, ribadendo che “se non ci saranno interventi urgentissimi sarà il caos”. Per il segretario regionale Daniele Nicastrini improcrastinabile è “l’innalzamento di personale presente almeno ai 400 previsti, mentre il saldo tra i nuovi agenti previsti e quelli che saranno pensionati, a dicembre sarà addirittura negativo”. Dopo le recenti rivolte, sui “puffi” i berretti blu della penitenziaria come vengono sbeffeggiati dai reclusi, continuano a piovere dai finestroni rifiuti, bombolette e urina.

Ma la situazione rovente si sta allargando anche alle altre carceri di Roma e Lazio, compreso l’istituto minorile di Casal del Marmo dove sabato notte si sono registrati feriti tra detenuti e agenti nel corso dell’ennesimo tentativo di ribellione. Particolarmente pesante il clima nel carcere di Rieti dove l’Uspp ha chiesto un confronto con la Direzione e dove l’indice di sovraffollamento raggiunge il 168 per cento. Due giorni fa alcuni detenuti sono penetrati nella cella di un altro di loro e hanno tentato di dargli fuoco cospargendolo di alcol per poi incendiarlo. “Solo l’intervento degli agenti gli ha salvato la vita”, fa sapere il Sappe, Sindacato autonomo della polizia penitenziaria. Anche in questo caso i motivi del raid sarebbero riconducibili a regolamenti di conti nell’ambito del traffico di droga. E forse è lo stesso movente dell’aggressione che sabato ha subito a Regina Coeli un detenuto italiano, massacrato di botte da alcuni reclusi nordafricani e finito in ospedale.