di Fabio Falbo
huffingtonpost.it, 28 ottobre 2026
Ringraziamo il ministro dello Sport per essere venuto per la posa della prima pietra del nuovo campo sportivo e della nuova palestra. Era un progetto proposto e fortemente voluto da chi vive ogni giorno il carcere, che però non erano presenti neanche con una delegazione. Ci sono luoghi nei quali persino la realtà deve chiedere il permesso per farsi vedere, ed il carcere è uno di questi. Nei giorni scorsi il ministro dello Sport Andrea Abodi ha visitato Rebibbia nuovo complesso per la posa della prima pietra del nuovo campo sportivo e della nuova palestra. È una notizia positiva, lo è per chi crede nello sport come strumento educativo, lo è per chi continua a vedere nella pena non soltanto una sanzione, ma anche un percorso di responsabilizzazione e crescita. Lo è soprattutto per chi vive ogni giorno dietro queste mura e sa quanto possa valere un luogo in cui allenare il corpo e, insieme la speranza.
Per questo la prima parola è una parola di gratitudine. grazie al ministro per essere entrato ancora una volta in carcere, grazie a tutti coloro che stanno investendo risorse economiche, competenze e fiducia in progetti destinati a persone che troppo spesso vengono ricordate soltanto quando sbagliano (fatti salvi i casi di professata innocenza) e quasi mai quando provano a cambiare.
Ma proprio perché il ringraziamento è sincero merita di essere accompagnato da una piccola verità che forse nessuno ha raccontato: durante la visita il ministro ha visto ciò che era stato preparato perché fosse visto, è normale. Questo accade in ogni grande organizzazione, accade nelle aziende, negli ospedali, nelle scuole e naturalmente anche nelle carceri. Si accompagnano gli ospiti nei luoghi migliori, si illustrano le esperienze più significative, si mostrano i risultati raggiunti. A Rebibbia è stata mostrata la pizzeria di reparto, esperienza di successo che rappresenta una realtà con il volto migliore dell’istituto. È stata mostrata una narrazione fatta di investimenti, progettualità e prospettive future, tutto giusto, tutto vero, ma come spesso accade. Il problema non è ciò che viene mostrato, il problema è ciò che rimane fuori dall’inquadratura.
Nella Sala “Meta” del reparto G8, dove avrebbe potuto svolgersi un momento di incontro tra le istituzioni e i destinatari di quei progetti, non era presente alcuna delegazione di persone detenute. Non avrebbero dovuto essere presenti per parlare, sia chiaro: chi vive il carcere sa perfettamente che non esistono palcoscenici improvvisati né libertà di parola assolute, in questi luoghi anche le parole imparano a muoversi con prudenza, talvolta finiscono per essere ristrette quanto i corpi che le pronunciano. Sarebbe bastata una presenza silenziosa, qualche volto, qualche sguardo, una rappresentanza capace semplicemente di ascoltare, nulla di più. Invece l’incontro si è svolto senza coloro ai quali quelle opere sono destinate, le istituzioni hanno parlato delle persone detenute senza le persone detenute e questo è forse il paradosso più affascinante e più inquietante delle istituzioni totali: riescono a parlare continuamente dell’essere umano mantenendolo al tempo stesso fuori dal campo visivo.
Si vede il progetto ma non si vedono i destinatari, si racconta il futuro ma non si ascolta il presente, si celebra la costruzione di un campo sportivo e di una palestra ma si dimentica che il primo materiale da costruzione di qualsiasi opera sociale è la relazione umana. Eppure la parte più curiosa della vicenda è un’altra, molte delle iniziative che oggi vengono giustamente valorizzate non sono nate da sofisticati tavoli di progettazione, da procedure burocratiche particolarmente illuminate, dentro gli uffici. Spesso sono nate da lettere, da semplici lettere come quella che diede origine al progetto del campo da tennis realizzato grazie all’interlocuzione con il Presidente Angelo Binaghi della Federazione Italiana Tennis e Padel. Avete letto bene: un foglio di carta scritto da una cella, nient’altro.
Nessuno di noi cerca riconoscimenti personali, nessuno pretende medaglie o targhe commemorative, visto che le opere sociali appartengono alla collettività e non a chi le propone. Ma una domanda continua a riaffiorare, come mai le idee delle persone detenute sono considerate abbastanza buone da generare progetti, investimenti e infrastrutture, ma non abbastanza importanti da meritare un incontro con chi quelle opere viene a promuoverle? Le idee possono uscire ma gli autori devono restare invisibili, le proposte possono circolare ma le persone devono essere filtrate, i progetti possono essere celebrati ma i loro promotori è meglio che restino dietro le quinte.
Forse è questo il meccanismo più raffinato dell’istituzione totale, non quello di impedire alle persone di esprimersi, sarebbe troppo evidente, molto più elegante è ascoltarle quando servono e nasconderle quando potrebbero essere viste. Naturalmente il Ministro Abodi non può sapere tutto questo, come potrebbero saperlo molti giornalisti che hanno raccontato l’evento? Chi entra per alcune ore vede ciò che gli viene legittimamente mostrato, mentre chi vive qui da anni vede anche ciò che non compare nelle fotografie, nei comunicati e nei servizi televisivi.
Ed è proprio per questo che il giornalismo dovrebbe continuare a fare ciò che sa fare meglio e cioè cercare ciò che manca nell’immagine, perché la vera notizia di quella giornata non era soltanto la posa della prima pietra di una palestra o di un campo sportivo, la vera notizia era che, mentre si parlava di futuro per le persone detenute, le persone detenute erano state accuratamente tenute lontane dal racconto.
Forse qualcuno ritiene che questo renda gli eventi più ordinati, forse qualcuno pensa che eviti complicazioni, forse qualcuno crede che sia semplicemente prassi. Può darsi, ma resta però una considerazione difficile da ignorare, le mura del carcere servono a limitare la libertà personale, non a rendere invisibile l’umanità, perché quando un progetto sociale viene presentato senza le persone che dovrebbero beneficiarne, il rischio è che la prima pietra venga posata davvero, ma che l’opera più importante, quella di costruire fiducia tra istituzioni e cittadini resti ancora tutta da realizzare.









