di Maria Elena Viggiano
Corriere della Sera, 17 dicembre 2022
Dall’Iran allo stigma sui disabili, le denunce della street art. A Rebibbia un progetto con le detenute per realizzare due murales. Così diventa anche un mezzo di crescita e riscatto personale. Il murale di Marge Simpson, con in mano la sua folta chioma di capelli e le forbici, è apparso all’improvviso davanti al consolato generale della Repubblica Islamica dell’Iran a Milano ma è stato rimosso nell’arco di 24 ore. Era un evidente sostegno alle proteste contro il regime di Teheran a seguito della morte di Mahsa Amini.
“Voleva essere un abbraccio al coraggio delle donne iraniane, un segno di solidarietà”, racconta aleXsandro Palombo, autore dell’opera “The Cut”. E aggiunge: “Conosco bene la forza delle immagini e quanto queste possano essere corrosive e far paura più delle parole”. La street art è sempre di più un modo per raccontare avvenimenti politici e sociali in tempo reale, un mezzo di denuncia per sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti umani. Per Palombo “l’arte pubblica può diventare dirompente poiché ha la forza di entrare in connessione con il pubblico senza filtri”. Palombo ha poi realizzato “The Cut2” in cui Marge ha il volto arrabbiato e il dito medio alzato, nel frattempo “The Cut”, diventata un’opera simbolica e di denuncia, è riapparsa a Lione sulla facciata dell’Institut Français de l’Education. “Ho ricevuto - racconta Riboni - moltissime minacce. Il diritto di satira non è amato dai regimi”.
L’attualità ispira - Anche lo street artist Harry Greb ha manifestato il suo sostegno alle donne iraniane con l’opera “Iran W”, apparsa su una pensilina della fermata degli autobus a Roma. L’illustrazione raffigura una donna che guarda attraverso il burqa e una colomba con il volto di Mahsa Amini. “Ho voluto rappresentare le donne del mondo arabo che devono decidere liberamente e non subire imposizioni, che una donna abbia perso la vita per non aver indossato il velo in modo corretto è assurdo, impossibile”.
Le idee per la realizzazione dei murales nascono proprio dall’attualità “esprimo il mio pensiero su un fatto che mi colpisce e mi indigna”. Così, dopo sopralluoghi e un lavoro di preparazione, appare l’opera per strada dove il contatto con le persone è diretto. Spesso Greb ha denunciato nei suoi murales le condizioni dei migranti “che non sono una minaccia ma una risorsa per la società”, cercando di smuovere le coscienze delle persone “magari, guardando un muro, vedono una persona che sta per affogare”. Una immagine forte che non può non far riflettere. Palombo ha invece rappresentato le principesse Disney disabili per parlare del tema della diversità e dell’inclusività, ha ritratto i volti delle donne della politica mondiale come vittime di violenza, ha dipinto Angelina Jolie con i segni della mastectomia per celebrare la Giornata mondiale contro il cancro al seno, “per ribadire che la prevenzione è la strada migliore per contrastarlo”.
Ma la street art può diventare anche un mezzo di crescita e riscatto personale. È il caso del progetto “Disegna le tue idee - L’arte non ha sbarre”, con il Patrocinio del Garante dei Detenuti del Lazio e in collaborazione con la casa circondariale di Rebibbia - sezione femminile che ha portato appunto l’arte all’interno del carcere coinvolgendo una decina di donne tra i 19 e i 60 anni, italiane e straniere. “Per alcune è stato solo un momento ricreativo ma per altre un percorso eclatante”, racconta l’artista Barbara Oizmud. L’obiettivo finale è la realizzazione di due opere all’interno del carcere con la collaborazione delle detenute più una nel quartiere Quarticciolo. “Ci siamo date tanto. È stata - commenta -un’esperienza incredibile mi sono messa completamente in ascolto con tutte loro e ho capito che sono stata fortunata a trovarmi in un ambiente che mi ha salvaguardata. La differenza tra me e alcune di loro è data da un background e un vissuto diverso. Basta un minimo per trovarsi in situazioni drammatiche”.










