www.gamberorosso.it, 17 gennaio 2015
Progetti di inclusione sociale e avviamento al lavoro che passano per l'insegnamento di professioni nel settore del food. Si moltiplicano le iniziative nelle carceri italiane e da Rebibbia arrivano le prime etichette del progetto Vale la Pena. Ma il taglio dei fondi operato dal Ministero della Giustizia mette a rischio l'esperienza molto apprezzata della cooperativa Giotto di Padova. E i suoi buonissimi panettoni.
Qualche mese fa un sorridente Ministro Giannini inaugurava l'anno scolastico dall'Istituto tecnico agrario Emilio Sereni, presenziando all'apertura del birrificio progettato all'interno della scuola romana. Iniziativa quantomeno insolita, con un calice alzato al cielo, ma solidale con il progetto Vale la Pena, promosso proprio dai Ministeri Istruzione e Giustizia in collaborazione con l'associazione "Semi di Libertà", che nell'occuparsi della formazione dei lavoratori svantaggiati sostiene i detenuti del carcere capitolino di Rebibbia.
Negli ultimi sedici mesi un gruppo di nove "ospiti" dell'Istituto Penitenziario, in regime di vigilanza attenuata, è stato introdotto alle competenze di mastro birraio, partecipando attivamente (insieme agli studenti) alla produzione di birra artigianale. E così, qualche giorno fa, ecco le prime tre etichette dell'originale birrificio: Er fine pena, A piede libero, Fa er bravo.
Nomi divertiti (e divertenti) che giocano con le condizioni di carcerazione dei detenuti, ma alludono anche al processo di lavorazione delle birre in questione. La gestazione di Er fine pena (golden ale dal colore chiaro, ideata con la collaborazione di Marco Meneghin di Birra Stavio), per esempio, ha richiesto tempi lunghissimi (quasi un anno) e si è guadagnata così l'ironico appellativo.
Poi c'è Fa er bravo, da luppolo della varietà americana bravo (con la partecipazione di Orazio Laudi di Turan), mentre A piede libero - aromatizzata con arancia e cannella - prevede l'utilizzo dal farro biologico coltivato nell'orto della scuola e il know how di Paolo Mazzola di Castelli Romani. Una birra per la legalità da annoverare tra le iniziative che molte carceri italiane (in numero crescente) promuovono per favorire un cammino di inclusione lavorativa per i detenuti desiderosi di apprendere una professione, molto spesso incentrata sulla manualità e legata al mondo del food.









