sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alessandra Ventimiglia

La Discussione, 16 novembre 2022

Due anni fa, Adele De Quattro e Lorenzo Giacco hanno deciso di cambiare la loro vita aprendo “L’Osteria degli Avvocati”, un piccolo ristorante a due passi da San Pietro. Per loro questo inizio non ha rappresentato solo un punto di partenza per ricominciare, ma anche un modo per promuovere il reinserimento sociale delle persone detenute, scegliendo di assumere, per costituire il proprio team, alcune persone sotto il regime dell’art. 21. Ce lo ha raccontato Lorenzo, chef e titolare del ristorante.

Da avvocati a ristoratori. Ci raccontate com’è nata la vostra avventura?

Certamente possiamo affermare che è stato un passaggio importante, una trasformazione professionale e mentale, una sfida. La cucina è sempre stata la mia più grande passione. Mio padre mi voleva avvocato. Così, laureatomi ho svolto per anni l’attività di giurista di impresa. Poi la crisi nel settore immobiliare e una mia insoddisfazione nel continuare a svolgere tale attività mi ha portato a decidere, a 40 anni, di inseguire il mio sogno. Ho frequentato corsi, studiato la notte, fatto sacrifici inimmaginabili. Ho iniziato a cucinare per amici e per i miei figli per testare le mie idee culinarie. Ce l’ho messa veramente tutta ho fatto esperienze in diversi ristoranti, ma alla fine ho capito che mi mancava qualcosa: un ristorante tutto mio dove poter esprimere la mia cucina, le mie idee e seguire una mia etica culinaria e ristorativa. Ma da solo non ci sarei mai riuscito. Ed è qui che entra in scena Adele. Anche lei laureata in giurisprudenza, con dottorato di ricerca in diritto dell’ambiente. Quando Lorenzo e Adele, si sono messi in gioco e hanno deciso di aprire un ristorante, sapevano bene di dover rischiare ed iniziare insieme una nuova vita.

Oltre al cibo di qualità che offrite ai vostri clienti, avete scelto di aiutare chi, dopo aver sbagliato, cerca di riprendere in mano la propria vita. Perché le persone detenute?

Riteniamo che sia eticamente e socialmente utile dare un’opportunità alle persone, anche se in passato hanno commesso degli errori, chi non ha mai sbagliato nella vita? Quando abbiamo iniziato questo percorso professionale, nessuno ci ha mai aiutato. Amiamo lavorare e dare un’opportunità a coloro che per molti sono considerati gli ultimi. Ci siamo interessati e abbiamo conosciuto l’associazione “Seconda Chance”, che offre lavoro a persone detenute. Abbiamo condiviso l’idea di prestare soccorso a chi è in difficoltà e oggi siamo molto felici della scelta fatta. Ultimamente siamo entrati in contatto anche con una cooperativa sociale per prestare aiuto anche lì. Aiutare rende felici. Il riscatto personale da soddisfazione.

Prima di conoscere il mondo carcerario avevate dei pregiudizi? come è cambiato il vostro pensiero dopo aver toccato con mano questa realtà?

Pregiudizi assolutamente no, timore si, attenzione anche. È cambiata l’ottica con la quale guardiamo il fenomeno carcerario, qualcosa su cui si dovrebbe intervenire in modo radicale e più umano, riportando in primo piano il concetto della funzione riabilitativa della pena.

Che rapporto avete con i ragazzi che sono venuti a lavorare con voi?

Abbiamo instaurato un ottimo rapporto di fiducia reciproca, nonostante le difficoltà anche logistiche che necessariamente incontriamo. Le persone detenute che lavorano con noi, sono in art.21, cioè escono la mattina dal carcere e devono ritornare la sera in un orario stabilito. Eppure queste inevitabili limitazioni non creano difficoltà anzi, abbiamo riscontrato impegno, rispetto e una motivazione che difficilmente abbiamo trovato in altri collaboratori.

Nella scelta di prendere a lavorare ragazzi e ragazze detenute, quanto conta l’opportunità di usufruire dei vantaggi della Legge Smuraglia, che prevede degli sgravi fiscali notevoli per gli imprenditori cha accettano questa sfida?

Il beneficio della legge Smuraglia è sicuramente un’opportunità considerata la riduzione importante dei costi contributivi, ma sicuramente non è mai l’unico elemento che può spingere un imprenditore a fare questa scelta di percorso sociale. La Smuraglia è forse più come un premio per chi si vuole impegnare socialmente dando un’opportunità reale a chi si trova in difficoltà.

Consigliereste ad altri colleghi ristoratori di partecipare ai colloqui in carcere per scegliere personale?

Secondo noi sarebbe molto importante e utile, un momento di crescita umana. Fosse possibile sarebbe fantastico anche organizzare delle visite da parte degli studenti per capire cosa vuol dire sbagliare, cosa vuol dire vivere da ristretto, cosa significa la parola carcere, cosa ti può capitare se commetti un errore. Ma anche sapere che se lo si vuole veramente, è possibile rialzarsi, rimboccarsi le maniche e riprendere in mano la propria vita.