di Ilaria Giaccone
Il Manifesto, 19 dicembre 2025
L’installazione permanente di Eugenio Tibaldi nella Casa circondariale femminile. Un’iniziativa promossa, in occasione del Giubileo, dalla Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere, con il patrocinio del Dicastero per la cultura e l’educazione della santa Sede e del ministero della Giustizia. In occasione del Giubileo, la Fondazione Severino e la Fondazione Pastificio Cerere, che dal 2022 collaborano per far entrare l’arte contemporanea negli istituti penitenziari italiani, hanno deciso di varcare la soglia anche della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” di Roma con un importante e complesso progetto artistico patrocinato dal Dicastero per la cultura e l’educazione della santa Sede e dal ministero della Giustizia.
Marcello Smarrelli, direttore artistico della Fondazione Pastificio Cerere e curatore ha voluto questa volta Eugenio Tibaldi, artista da sempre interessato agli spazi incerti e ai confini che opera in contesti di marginalità dai quali fa poi emergere nuove estetiche alternative dove nascono opere che, pur partendo proprio da ciò che la società considera difetti o anomalie, oltre ad essere condivise con la comunità di riferimento, restituiscono una visione di futuro e di speranza.
Per oltre un anno e mezzo Tibaldi è entrato, osservando le strutture e incontrando le donne alle quali ha raccontato quale fosse il progetto: trovare un’immagine, antica e al tempo stesso nuova, che potesse rappresentare oltre che la speranza anche le loro storie, dense di emozioni e sentimenti. Invitate a disegnare/raccontare anche i loro pregi e difetti attraverso laboratori di lettura e disegno, si sono trasformate in protagoniste di un autoritratto “collettivo”, frutto del sapiente e bellissimo lavoro di assemblaggio di Eugenio Tibaldi. È nata così Benu, opera d’arte site-specific e ormai parte permanente del patrimonio di Rebibbia: due fenici riprodotte in altrettante sculture luminose su aste di oltre otto metri all’interno del perimetro carcerario, collocate in modo strategico (visibili dalle finestre delle stanze di pernottamento delle detenute, dagli uffici del personale dell’istituto e dall’esterno del carcere).
“Abbiamo valutato tutti i coni visivi - spiega Tibaldi - sia dalle stanze di reclusione che all’esterno, volevamo che fossero veri “ponti visivi” fra il dentro e il fuori, un fuori, quest’ultimo, fatto di muri grigi e lunghissimi, normalmente e quotidianamente guardati (e rimossi) con distrazione, da chi passa. Dall’esigenza di attrezzi ginnici all’interno dell’Istituto, emersa durante i sopralluoghi, nasce l’idea di porre, negli spazi comuni, un certo numero di cyclettes che, messe a disposizione delle detenute, attraverso il movimento, potessero produrre l’energia necessaria a far accendere di notte le due sculture.
È pedalando che le donne di Rebibbia decidono di parlare al mondo esterno dicendo “noi siamo qui, ci proviamo, abbiamo speranza e ce la faremo”. Quando vogliono darsi visibilità vanno a produrre l’energia che servirà - dopo il tramonto del sole, quando si torna in cella e la convivialità è finita, quando arriva l’”ora buia” - a illuminare lassù in alto, nel cielo sopra al carcere, due grandi fenici coloratissime e luminescenti. Autoritratto collettivo ed opera partecipata che attinge alle singole narrazioni che poi, tradotte ed assemblate da Eugenio Tibaldi, formano un’immagine iconografica nuova, fatta di lame (“le mie ali sono state spezzate, mi fidavo e sono caduta, tutto ciò che avevo creato è stato distrutto. Per questo le ali me le sono ricostruite di lame, per difendermi…”), di lacrime (“questa fenice rappresenta me stessa, il lato positivo nonostante i problemi catastrofici della mia vita e le lacrime che scorrono sono la mia forza”) ma anche di colori, di bocche e fiori misti a spine e artigli.










