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di Domenico Alessandro De Rossi*

 

Il Dubbio, 22 ottobre 2020

 

Uno sforzo mostruoso, tanto da richiedere il coordinamento di docenti di progettazione architettonica dell'Università Sapienza, per il progetto di un gruppo di architetti di Roma, che ha disegnato e finalmente visto terminata in questi giorni la casetta in legno destinata alla cura dei rapporti familiari nel carcere di Rebibbia.

Diritto ormai (quasi) da tutti teoricamente accettato, dopo le tante battaglie dei Radicali, dei libri, delle conferenze e delle manifestazioni fatte per il rispetto della vita affettiva. Finalmente oggi un atto concreto. I tre professionisti che hanno lavorato al progetto del grazioso casinetto sono stati niente di meno guidati dall'architetto Renzo Piano.

Sì, proprio il senatore a vita. Il progetto di Rebibbia è stato sostenuto e finanziato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), contando sull'attiva partecipazione di Carmelo Cantone, il provveditore dell'Amministrazione penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise e naturalmente curato anche dall'architetto Ettore Barletta, al tempo capo dell'Ufficio tecnico del Dap.

Una piccola riflessione in merito va comunque fatta. In primo luogo riguarda l'eco notevole che tale opera ha meritato negli ambienti interessati. Infatti, al di là dell'intervento in sé costituito da un oggetto di design ben curato, rispettoso dell'ambiente, nei materiali e nella collocazione, costruito peraltro con una finalità rispettabilissima e degna di molto apprezzamento, questo è stato innalzato agli onori delle cronache perché dietro ad esso, o sopra di esso, giganteggiava Renzo Piano.

Il quale, scendendo dall'Olimpo degli archistar, si era dedicato al problema delle residenze per gli incontri affettivi dei carcerati, guidando per mano i tre architetti e, probabilmente, anche alcuni docenti della Sapienza che sono presenti nel lungo elenco consulenziale di tale opera. Nulla di strano, sembrerebbe a prima vista. Ma si dà il caso che il grande architetto - perché tale veramente è - goda di una carica nel Parlamento italiano di non secondaria importanza. Egli infatti è uno dei senatori a vita nominati nel 2013 dal presidente Napolitano.

Questo meritato riconoscimento pensiamo che metta però in condizione il senatore di pesi e responsabilità culturali che vanno molto al di là della casetta destinata agli incontri familiari. Ci saremmo infatti aspettati dall'architetto/senatore, non dico per la Giustizia in generale - che avrebbe ben altro bisogno di restauri e nuove casette dato il pesante degrado in cui versa - qualche cosa di più che riguardasse le questioni in cui si trovano le carceri italiane. Fatto importante direi questo che sicuramente è arrivato all'attenzione anche nelle ovattate stanze dei senatori.

Magari con il supporto politico di altri senatori sensibili al problema, altre più significative azioni avremmo auspicato a seguito della umiliante censura fatta all'Italia dalla Cedu per il modo in cui manteneva i detenuti all'interno di ambienti e spazi non idonei. Normale sarebbe stato attendersi proposte di leggi più attinenti ad una nuova visione del Piano carceri, specificamente alla edilizia penitenziaria. Magari, perché no, più attenti suggerimenti concernenti i concorsi di progettazione di nuovi istituti, da sempre subordinati agli intricati meccanismi del Dap.

Meglio ancora un piano programmatico concernente una visione, una "sistematica di riuso" degli antichi castelli o degli edifici costruiti prima dell'Ottocento presenti nei centri storici e destinati, contro ogni logica, tuttora a carceri. Vano sarebbe stato sperare qualche riflessione sul rapporto tra architettura penitenziaria e diritti umani?

Non avremmo disdegnato certo di ascoltare, dalla politica tutta, ancora qualche osservazione attinente il che fare delle vecchie carceri eventualmente da trasformare con leggi speciali in altre strutture del tipo da archeologia industriale per nuovi musei o altro ancora. Il "vantaggio" per l'architettura, che già tanto soffre in Italia da anni per molte e svariate ragioni, di avere in Parlamento un senatore a vita, peraltro un grandissimo architetto, di grande esperienza e noto in tutto il mondo, si è ridotto nei fatti a guidare con la sua esperienza un gruppo di architetti e docenti universitari benedicendo dall'alto del suo ruolo la casetta per gli incontri. Speriamo che in futuro le cose cambino.

Visto anche l'impegno che da anni molti architetti, in mancanza di una "corte" adeguata poco ascoltata dal Dap, dedicano alle questioni relative all'edilizia carceraria, proponendo riflessioni, dibattiti e pubblicazioni, ci sarebbe da sperare finalmente in una maggiore attenzione. Ma si sa: meglio cominciare dalle cose piccole per arrivare a quelle più grandi. Sempre, naturalmente, con uno sponsor dietro le spalle che possa essere di garanzia. Non sia mai che in Italia si passi, una volta per tutte, senza una "guida" autorevole, affermando soltanto una più trasparente partecipazione al fare. Basata solo sul merito.

*Vicepresidente Centro Europeo Studi Penitenziari