di Martina Ciai
La Repubblica, 15 marzo 2026
Lo spettacolo teatrale costruito anche con immagini video e animazioni nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Nella sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone è andato in scena “Rebibbia: la Città invisibile”, lo spettacolo di docu-teatro diretto da Laura Andreini e Francesca Di Giuseppe, prodotto dall’Associazione Ottava Arte e ispirato alle suggestioni di Italo Calvino. Non soltanto un progetto artistico ma uno sguardo dentro un mondo che resta quasi sempre oltre il muro, oltre il cancello, oltre il linguaggio burocratico della giustizia penale. Per una sera, il pubblico romano ha varcato simbolicamente quelle soglie.
Un’Odissea contemporanea. C’è una città dentro la città, ma quasi nessuno la vede. Non compare nelle mappe turistiche né nei racconti quotidiani della capitale. Eppure esiste, respira, cresce come una comunità complessa fatta di storie, errori, tentativi di riscatto. Sul palco non ci sono attori professionisti che interpretano detenuti: ci sono detenuti, ex detenuti e persino membri della polizia penitenziaria. Corpi e voci che portano con sé biografie reali. Alcuni sono i veterani del Teatro Libero del carcere di Rebibbia: raccontano frammenti di vita, ricordi di quartieri dove crescere è spesso una prova di sopravvivenza prima ancora che una scelta. Quasi un’odissea contemporanea.
La narrazione prende forma come un viaggio. Un Ulisse dei nostri giorni lascia la sua Itaca — che non è un’isola greca ma un quartiere di periferia — per attraversare una geografia interiore fatta di errori, ricordi e consapevolezza. L’Itaca evocata nello spettacolo è quella dei palazzi enormi come Corviale, delle case popolari dove più generazioni condividono spazi troppo stretti, delle famiglie spezzate da carcere, della precarietà e delle assenze. Sono storie che parlano di padri già detenuti quando i figli sono ancora bambini, di adolescenze passate in strada perché non esistono alternative. Quartieri che diventano gabbie invisibili, gabbie che diventano luoghi dove la criminalità organizzata non appare subito per quello che è, ma si presenta come un sistema di protezione, di lavoro, perfino di appartenenza.
Le vicende di molti dei giovani detenuti. Non l’epica del crimine, ma la banalità delle scelte sbagliate maturate in contesti dove l’orizzonte è stretto. “A vent’anni eravamo già reduci”, dice una delle voci registrate che appaiono sullo schermo durante lo spettacolo. Reduci da un’infanzia difficile, da scuole abbandonate troppo presto, da modelli adulti spesso segnati dallo stesso destino. “Nel quartiere o ti arrestano, o ti arrestano”, dice un giovanissimo carcerato nella penombra.
Schivata ogni tentazione giustificatoria. Il docu-teatro evita con cura ogni tentazione giustificatoria. I reati restano reati, e il peso delle responsabilità non viene alleggerito. Ma il racconto propone uno sguardo sociologico: capire da dove nascono certe traiettorie significa interrogarsi su cosa non ha funzionato fuori dalle mura del carcere.
Il Teatro delle possibilità. Da oltre vent’anni il teatro di Rebibbia è diventato uno dei laboratori più avanzati di reinserimento culturale in Italia. Più di duemila detenuti hanno partecipato ai progetti artistici, trasformando il carcere in un’accademia improvvisata dove si studiano recitazione, cinema, scrittura. Un paradosso solo apparente: a volte la cultura entra dove la società ha fallito. Ed è qui che il riferimento a Calvino diventa più che letterario: nelle “Città invisibili” ogni città è un riflesso dell’animo umano, una metafora di desideri, paure e contraddizioni. Anche Rebibbia, nel racconto dello spettacolo, appare così: un luogo interiore dove ciascuno deve fare i conti con il proprio passato e affrontare il proprio presente. Le parole, le immagini, le animazioni. Il pubblico della Petrassi non è stato soltanto spettatore, ma ospite. Ospite di una comunità che raramente ha occasione di raccontarsi e svelarsi direttamente. Le parole, le immagini video, le animazioni e i ricordi costruiscono così una mappa emotiva che attraversa quartieri, corridoi del carcere e memorie familiari.
La domanda finale: quante Rebibbia esistono fuori da quel carcere? Alla fine dello spettacolo resta però una domanda: quante Rebibbia esistono già fuori dal carcere, nelle periferie dove i giovani crescono senza strumenti e senza alternative? La città invisibile, forse, comincia proprio lì. E guardarla significa riconoscere che il confine tra dentro e fuori, tra errore e destino, è molto più fragile di quanto ci piaccia credere.











