di Ilaria Dioguardi
vita.it, 9 aprile 2026
Per le persone detenute con dipendenze da sostanze, le terapie long-acting sono efficaci? Le strutture penitenziarie in Italia che le utilizzano sono 24 su 190, tra cui la casa circondariale di Roma: “Il nostro modello prevede una serie di innovazioni, dai trattamenti motivazionali all’utilizzo della realtà virtuale”. Dialogo con Adele Di Stefano, responsabile unità operativa semplice dipartimentale Salute mentale e Dipendenze in ambito penale del dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 1. Dalla Relazione al Parlamento 2025 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia risulta che, nel corso del 2024, le persone tossicodipendenti entrate in carcere sono state complessivamente 16.890 (8.700 nel primo semestre e 8.190 nel secondo), il 39% dei 43.489 ingressi totali. Si sta aprendo un confronto sempre più ampio tra sistema sanitario, magistratura e comunità terapeutiche su nuovi modelli di presa in carico di detenuti con dipendenze da sostanze.
Tra le innovazioni emergono nuove terapie farmacologiche a lunga durata d’azione, che possono ridurre i rischi legati alla gestione quotidiana dei farmaci e semplificano i processi organizzativi sanitari. Inoltre, contribuiscono a limitare traffico e uso improprio delle terapie, favoriscono continuità di cura dopo la scarcerazione. Le strutture penitenziarie in Italia che utilizzano i farmaci long-acting sono 24 su 190, tra queste la casa circondariale Regina Coeli. Nella casa circondariale di Roma, sono ospitati 812 detenuti, a fronte di 628 posti regolamentari di cui 56 non disponibili (dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 6 aprile 2026). In quest’istituto sono state attivate terapie long-acting per chi ha dipendenze da sostanze. In totale, in sette mesi 21 pazienti hanno assunto il nuovo farmaco. A margine di un incontro organizzato dall’Università Lumsa, in collaborazione con istituzioni sanitarie e penitenziarie e con il contributo non condizionante di Molteni Farmaceutici, approfondiamo l’argomento con Adele Di Stefano, responsabile unità operativa semplice Dipartimentale salute mentale e dipendenze in ambito penale del Dipartimento di salute mentale Asl Roma 1.
Di Stefano, vuole raccontarci come sta andando il trattamento con farmaci long-acting a Regina Coeli?
Non siamo i primi e non siamo gli unici in Italia ad aver introdotto il farmaco long-acting, ma forse l’unicità è sul modello dell’unità operativa. Regina Coeli è un grande carcere di passaggio di una città metropolitana, vi transitano tantissime persone l’anno, circa 6mila, con un livello di marginalità enorme. Molte di queste prima del carcere non avevano mai intercettato i servizi sanitari, vuoi perché molte sono persone senza fissa dimora di una grande metropoli. Uno dei nostri compiti è quello di riuscire a dare una diagnosi a persone che prima non erano mai state trattate nell’ambito delle dipendenze. L’unità operativa si è strutturata per non suddividere in due servizi differenti, ovvero il servizio per le dipendenze - SerD e i servizi per la salute mentale - Csm. Noi unifichiamo in un unico servizio sia problemi psichiatrici sia quelli delle dipendenze. Il nostro modello, poco diffuso in Italia, prevede una serie di innovazioni.
Può farci qualche esempio?
Le innovazioni riguardano vari aspetti: le misure alternative, i trattamenti motivazionali, l’introduzione della realtà virtuale. Sicuramente siamo tra gli istituti penitenziari che stanno diffondendo di più il passaggio alla terapia long-acting. Fino a qualche anno fa il farmaco era somministrato con compresse. Ma c’era un problema di misuso e diversione, il paziente poteva usarlo in una maniera impropria, diversa da quella prescritta: lo accumulava, lo usava in modo non corretto, c’era un problema di compravendita di farmaci. Siamo passati in un primo momento a una formulazione sublinguale, una specie di cerotto che si mette in bocca, ma anche questa modalità portava alle stesse problematiche. Inoltre, si tratta di formulazioni assunte quotidianamente, tutti i giorni il paziente veniva portato dalla polizia penitenziaria in ambulatorio e l’infermiere somministrava il farmaco. Il grande cambiamento c’è stato nel momento in cui è stato introdotto in Italia lo stesso farmaco, però con una formulazione iniettiva, che ha due vantaggi.
Quali sono i vantaggi?
Il più banale è che interrompe ogni misuso e diversione perché il farmaco è iniettato: non c’è più la possibilità di scorrette assunzioni o di compravendita. Il valore intrinseco è che dà una copertura differente, relativamente alla sintomatologia a tutti gli effetti del farmaco, quindi dà una stabilizzazione maggiore nel giro di poche settimane, finché poi non si passa (in alcuni casi anche in tempi molto brevi) alla formulazione mensile. Quindi, i pazienti assumono la terapia una volta al mese per via iniettiva e diminuisce anche quella dipendenza rituale di ogni giorno di dover andare ad assumere la terapia: dà un gradiente di libertà maggiore oltre che tutta una copertura farmacologica maggiore.
Che succede se una persona viene trasferita in un altro istituto?
Adesso nel Lazio, in quasi tutti gli istituti c’è stata l’introduzione del farmaco long-acting. Se la persona passa ad un carcere in cui non c’è stata l’introduzione a questa terapia farmacologica, dovrà ritornare alla vecchia formulazione quotidiana.
Da quando è stato introdotto il farmaco long-acting a Regina Coeli?
Da agosto 2025, noi abbiamo passato i pazienti che trattavamo con il medesimo farmaco, dalla formulazione con il cerotto sublinguale a quella long-acting, quindi iniettiva. Per far questo ed evitare, come era successo in alcune carceri, che alcuni rifiutassero la terapia (perché prima non la assumevano correttamente, o la vendevano o non la assumevano proprio), negli anni abbiamo fatto un attento lavoro di monitoraggio delle corrette assunzioni, in modo tale da modificare i piani terapeutici qualora non fossero assunti nella maniera prevista. La particolarità della nostra esperienza è che, nel momento in cui c’è stato lo switch da una formulazione all’altra, non abbiamo avuto nessun rifiuto di terapia.
Secondo lei, perché non c’è stato nessun rifiuto di terapia?
Hanno contribuito due elementi. Il primo, l’aver verificato negli anni la corretta assunzione, anche con tanti trattamenti di psicoeducazione relativamente a una corretta terapia farmacologica. Ciò è stato portato avanti con un lavoro integrato tra il medico, l’infermiere e lo psicologo. Il secondo elemento è l’aver spiegato, con incontri di gruppo con tutti i pazienti che assumevano questa terapia, prima del passaggio alla formulazione iniettiva, come sarebbe stata assunta e gli effetti. Abbiamo risposto a tutte le loro domande, alcuni avevano timore che fosse una sperimentazione sui detenuti, che fossero una sorta di “cavie”. Abbiamo affrontato prima tutti i dubbi e le paure, dovute anche al fatto di avere in carcere minore accesso alle informazioni. Dopo l’inizio della terapia farmacologica iniettiva, altre persone che assumevano un altro farmaco hanno chiesto di passare alla somministrazione iniettiva perché avevano visto la maggior copertura e, soprattutto, un maggior gradiente di libertà rispetto alla all’assunzione quotidiana.
Il riscontro è positivo?
Il riscontro è molto positivo. A Regina Coeli c’è un grande movimento di ingressi e di uscite, le persone con cui abbiamo iniziato non sono quelle attuali perché magari sono uscite e ne sono entrate altre. Abbiamo trattato 21 persone finora, in questo momento ce ne sono in terapia 15. Ma non è importante tanto il singolo numero, quanto l’effetto moltiplicatore che c’è nel tempo e, soprattutto, la possibilità che il farmaco possa dare un’altra regolarità di vita, oltre gli effetti intrinseci del farmaco somministrato con una formulazione lunga piuttosto che quotidiana. Per noi questa innovazione si inserisce nell’ambito di tutta una serie di interventi che facciamo, mirati a creare una continuità, una possibilità di vita del detenuto in vista di un reinserimento successivo. Sono collegati anche a un nuovo modello su come attivare le misure alternative alla detenzione, sui trattamenti motivazionali interni. Non abbiamo puntato solo al trattamento farmacologico: questo è stato negli anni un grande cambiamento. Il carcere è un momento difficile per una persona, c’è una privazione di libertà, ma può essere un’occasione per iniziare delle cure, soprattutto laddove non siano mai state effettuate o non ci sia mai stata una motivazione sufficiente a intraprendere delle cure più regolari. Il farmaco è uno dei passaggi, come dicevo abbiamo strutturato una serie di trattamenti.
Ci spiega meglio?
Abbiamo strutturato dei trattamenti motivazionali interni, individuali o di gruppo, standardizzati per riuscire a raggiungere una maggiore consapevolezza di malattia e una maggiore motivazione al trattamento, che poi può essere fatto più facilmente in misura alternativa. L’obiettivo è evitare che le misure alternative alla detenzione, che sono previste per legge, siano richieste soltanto come modalità per non effettuare la detenzione in carcere. Nelle patologie da dipendenza la possibilità di raggiungere un obiettivo pianificando le proprie strategie è una competenza che viene a essere deficitaria anche a causa della patologia. Quindi, fare un trattamento motivazionale, di fatto, è trattare la patologia stessa.
In che modo usate la realtà virtuale?
Abbiamo introdotto l’utilizzo di realtà virtuale per la riabilitazione psichiatrica. Con dei visori, utilizziamo due programmi. Uno facilita il rilassamento e le tecniche di mindfulness, è finalizzato a favorire, insieme ad altri trattamenti più tradizionali, una migliore regolazione emotiva. Le tecniche di rilassamento in carcere sono importantissime: c’è un’impulsività, un ricorso alla all’aggressività e alla violenza abbastanza istintivo. Imparare a riconoscere e regolare le proprie emozioni, a rilassarsi è molto importante. Sempre in realtà virtuale, proponiamo dei programmi con dei software che riguardano alcuni aspetti cognitivi, come l’attenzione, la memoria, la capacità di concentrazione e di problem solving. Sono tutte competenze che, con il disturbo da uso di sostanze, diventano più deficitarie. Quindi, l’utilizzo della realtà virtuale potenzia alcuni effetti del trattamento, che viene fatto anche con le tecniche tradizionali di riabilitazione psichiatrica.
Da quanto tempo lei lavora a Regina Coeli?
Dall’inizio del 2022. Sono quattro anni che abbiamo istituito questa unità operativa, prima c’era un SerD esterno che entrava con i colleghi del Centro di salute mentale. La compresenza di grave patologia mentale e di uso di sostanze riguarda gran parte delle persone con una patologia mentale in carcere. C’è una popolazione che è specifica di Regina Coeli, con la presenza di un alto numero di stranieri. In media, in carcere la popolazione straniera è più del 30%, a Regina Coeli corrisponde a più del 50%: è una vera comunità multietnica. Noi abbiamo dei mediatori culturali della Asl per poter interfacciarci, non solo per la lingua ma anche da un punto di vista culturale. Il problema di poter comunicare con persone provenienti da tutto il mondo è specifico degli istituti di pena delle grandi metropoli.











