di Lorena Crisafulli
L’Osservatore Romano, 23 febbraio 2025
Il teatro come forma di terapia è possibile anche in un luogo difficile come il carcere, in cui l’arte può aiutare ad attraversare ore interminabili, giorni faticosi, vite sospese. Succede a Rebibbia dove la cura si fa attraverso il laboratorio teatrale “Credo ancora nelle favole”, realizzato con alcune persone detenute all’interno della casa circondariale romana. A distanza di un anno dalla conclusione degli incontri, proprio in questi giorni il Municipio vi, tra i primi sostenitori del progetto, organizza una serie di proiezioni per mostrare alla cittadinanza il prezioso lavoro svolto in scena dalle persone detenute con i loro familiari. Il copione è il risultato del lavoro terapeutico condotto, con dieci persone della sezione media sicurezza di Rebibbia, dalle psicoterapeute ideatrici del progetto, Irene Cantarella e Sandra Vitolo, per far rivivere sul palcoscenico emozioni reali, frammenti di vita e di speranza.
“La costruzione del copione è stata frutto di incontri di analisi di prospettiva, effettuati con i singoli protagonisti e poi condivisa successivamente con il gruppo - spiegano le psicologhe -. Analogo lavoro terapeutico è stato esteso ai nuclei familiari, con incontri collettivi a cadenza mensile, che hanno dato luogo alla costruzione di un gruppo attivamente coinvolto, all’interno del quale si sono condivise le vicende personali, le emozioni più intime e le incertezze sul futuro. Il percorso laboratoriale così realizzato - aggiungono le ideatrici - ha stimolato la rivisitazione critica delle proprie scelte di vita e l’individuazione di risorse interiori per adottare soluzioni funzionali al processo di crescita personale.
Il coinvolgimento anche in questo universo affettivo del detenuto esse siano costrette, loro malgrado, a scontare una condanna”. La prima proiezione riservata ad alcuni esponenti del vi Municipio, ai dirigenti scolastici e agli alunni delle scuole superiori di primo e secondo grado, si terrà lunedì 24 febbraio alle 10.3o presso il Teatro Tor Bella Monaca, in via Bruno Cirino, a Roma. Durante l’evento è prevista la partecipazione di magistrati e figure istituzionali del settore Giustizia. Nell’ambito dello stesso filone di iniziative, il VI Municipio mette a disposizione la sala cinema “Antonio Cerone” per alcune giornate, con l’obiettivo di realizzare un ciclo di proiezioni che coinvolgerà gli studenti delle scuole medie e superiori del territorio, promuovendo uno spazio di confronto e dibattito. Lo scopo è quello di diffondere la cultura del rispetto delle nonne per la prevenzione della devianza giovanile e contrastare comportamenti di bullismo, esclusione ed emarginazione.
“Quali rappresentanti del vi Municipio che, notoriamente insiste su un territorio urbano socialmente complesso, riteniamo fondamentale diffondere la cultura della prevenzione della devianza e sottolineare che “cambiare si può”, se supportati da una società che accoglie anziché respingere - spiegano in una nota dal vi Municipio -. Siamo pertanto fortemente motivati a divulgare il documentario “Credo ancora nelle Favole” come strumento adatto ad evidenziare quanto l’attività trattamentale e psicologica, svolta in carcere, possano incentivare la revisione critica della condotta, e favorire la ristrutturazione della personalità in modo da creare i giusti presupposti per il reinserimento sociale dei detenuti”. Il docufilm “Credo Ancora nelle Favole”, per la regia di Amedeo Staiano, è per l’appunto tratto dall’omonimo spettacolo andato in scena all’interno del laboratorio di teatroterapia nella Casa di Reclusione romana, con l’idea di portare in scena l’essere umano e non il suo fascicolo penale.
Nel corso dello spettacolo è stata affrontata anche la delicata tematica della dimensione di coppia vissuta da chi all’interno del carcere vive separato da mogli e compagne le cui vite proseguono all’esterno. “Queste - concludono le due psicoterapeute che hanno anche curato e coordinato la direzione artistica della messa in scena - si sono impegnate in un percorso di rivisitazione delle modalità relazionali utilizzate con il partner, che si sono concretizzate il più delle volte nel passato e in atteggiamenti giustificanti legati al coinvolgimento affettivo emotivo”.
Ripercorrendo a ritroso le tracce lasciate da “Credo ancora nelle favole”, un titolo che di per sé porta speranza, vengono fuori alcuni frammenti significativi della messa in scena a Rebibbia: “Vi chiediamo scusa per non esserci”, dicono tre giovani padri detenuti e quattro bambini che dialogano seduti intorno a un tavolo sul palco. “Scusa per non esserci stato in tutti questi anni, per non essere stato presente il giorno del tuo diciottesimo compleanno”, accenna un altro padre in una scena diversa. “L’unica cosa che voglio è vederti un giorno svegliarti a casa, trascorrere un Natale insieme e vederti ridere come non fai da tanto tempo”, risponde la figlia al genitore destinato al “fine pena mai”. Sono solo alcuni degli stralci che rendono, però, l’idea del senso di isolamento e di emarginazione di queste persone che portano sulle spalle anche il fardello di aver lasciato al loro destino le proprie famiglie, incolpevoli.
“Credo ancora nelle favole” è, come si legge nel pieghevole di presentazione del progetto, “oggettivazione scenica del percorso terapeutico compiuto sull’affettività”. In particolare - chiarisce una nota del Garante dei detenuti del Lazio - è stato affrontato il tema della paternità reclusa e delle dinamiche familiari connesse al reato con le sue conseguenze: da qui la scelta di coinvolgere nella rappresentazione teatrale tutti i componenti delle famiglie dei ristretti e proiettare numerose diapositive di foto scattate durante la libertà: compleanni, feste in famiglia, vacanze. La proiezione del docufilm nel vi Municipio prima e nelle aree più a rischio d’Italia nei prossimi giorni rientra nella campagna di sensibilizzazione rivolta alle classi e dedicata alle scuole medie inferiori e superiori, realizzata anche grazie al patrocinio del ministero della Giustizia.











