di Giorgio Santelli
rainews.it, 16 maggio 2024
Due anni di psicoterapia tra congiunti e carcerati, perché la pena viene scontata anche da chi resta “fuori”. Di qui una sceneggiatura teatrale e un documentario. All’inizio è stato Teatro: la messa in scena del lavoro del laboratorio di teatroterapia che ha coinvolto detenuti comuni della sezione media sicurezza. L’attività è stata condotta dalla Dott.ssa Irene Cantarella, ideatrice del progetto insieme alla Dott.ssa Sandra Vitolo, entrambe psicologhe e psicoterapeute. L’uso del teatro come strumento terapeutico è una pratica sempre più diffusa per esplorare profonde sfere emotive e affrontare tematiche complesse. Poi è diventato un documentario che è stato presentato nella sala consiliare del Campidoglio, col patrocinio morale del Comune di Roma, del Ministero della Giustizia e del Giffoni Festival.
Tutto è nato da un percorso terapeutico innovativo che esplora luci e ombre delle dinamiche familiari attraverso la lente della recitazione. Sul palcoscenico gli attori detenuti si sono esibiti con i figli e i familiari per raccontare emozioni realmente vissute e frammenti di vita, cosi come raccontate nel copione interamente autobiografico. In particolare, è stato affrontato il tema della paternità reclusa e delle dinamiche familiari connesse al reato con le sue conseguenze: da qui la scelta significativa di coinvolgere nella rappresentazione teatrale tutti i componenti delle famiglie dei carcerati.
C’è una doppia condanna da scontare. Quella di chi vive la dimensione carceraria e quella di chi, all’esterno, sconta un’altra condanna: l’assenza di un padre o di un compagno, con tutte le conseguenze del caso. Le vicende portate in scena narrano storie di fragilità e di solidarietà, storie di ricerca di un’identità diversa oltre l’etichetta di “deviante”; percorsi di affermazione della dignità umana, per mettersi in gioco anche di fronte a un pubblico esterno. Attraverso la recitazione, si apre uno spazio unico per l’esplorazione delle emozioni, la comprensione delle dinamiche familiari e la ricostruzione delle relazioni
Quell’evento teatrale, insieme ad attività di backstage, rielaborato in chiave cinematografica ed intervallato dalle interviste ai protagonisti sul valore che l’attività di teatroterapia riveste per ciascuno, è ora un docufilm diretto dal regista Amedeo Staiano. Il documentario si snoda tra la quotidianità dei detenuti e quella delle loro famiglie nella vita esterna all’istituto, e ha come focus principale la sensibilizzazione di un pubblico giovanissimo. Il progetto audiovisivo è esclusivamente a sfondo sociale, autoprodotto e senza scopo di lucro. Tutta la catena produttiva e realizzativa, con le figure professionali interessate, è strutturata su un principio gratuito, volontario e solidale, incluso l’appoggio morale e operativo di diverse aziende del settore.
Parteciperà in concorso e fuori concorso a diversi festival nazionali e internazionali, possibili passaggi televisivi e soprattutto ha come obiettivo il coinvolgimento di giovani spettatori: quindi proiezioni in scuole, associazioni, manifestazioni dedicate a tematiche sociali, sul concetto dell’uso gratuito e non della vendita.











