di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 settembre 2026
Angela Scuderi si è avvolta le mani in una catena davanti al portone del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Sergio D’Elia le ha passato il microfono, la diretta andava su YouTube, e lei ha parlato a lungo, interrompendosi più volte per il pianto. “Sono qui perché a mio figlio, da lunedì fino a ieri sera, si è staccata la digiunostomia e non voleva più mangiare”, ha detto. “È stanco dei maltrattamenti, degli abusi, di tutte le cose ingiuste che gli fanno”. Ha ripetuto una frase, sola, come un chiodo: “Curare mio figlio”. Mio figlio non può stare in carcere. Con lei, ieri mattina, c’erano anche Rita Bernardini ed Elisabetta Zamparutti, i vertici di Nessuno tocchi Caino.
Il presidio è nato dalla stessa rabbia: il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto l’istanza di differimento della pena per il figlio di Angela, Giuseppe Scuderi, appoggiandosi a relazioni sanitarie vecchie invece che a quelle più recenti prodotte dalla difesa. Lo stesso vizio, identico, che l’avvocato Fabio Federico aveva già denunciato per iscritto settimane prima. D’Elia lo ha detto chiaro, davanti alle telecamere: le catene sono un simbolo della privazione della libertà, ma il caso di Pippo, così lo chiamano tutti, è privazione non solo della libertà, anche della salute.
D’Elia conosce Pippo da quindici anni. Si erano incontrati a Rebibbia, ai laboratori Spes contra Spem di Nessuno tocchi Caino. Racconta di un detenuto modello: buona condotta, partecipazione costante alle attività trattamentali, un rapporto di rispetto con i compagni di detenzione e con gli agenti della polizia penitenziaria. Faceva il giardiniere dentro il carcere, poi le aiuole all’ingresso, fuori dai circuiti di sicurezza. Aveva ottenuto permessi premio, tornava a casa dai familiari. Un percorso, per usare le parole di D’Elia, che la stessa direzione del carcere indicava come esempio. Sta scontando l’ergastolo per un omicidio aggravato dall’uso di armi, fatti del 2002, sentenza della Corte d’Assise di Catania divenuta definitiva nel 2005. Alla data dell’ultima ordinanza non risultano a suo carico altri procedimenti pendenti, né a Roma né a Catania.
Poi, il 7 maggio 2024, Scuderi ingerisce una sostanza caustica. Pesa 86 chili prima del gesto, arriva in ospedale a 51. L’apparato digerente è distrutto: rimozione di parte dello stomaco, digiunostomia, nutrizione artificiale per il resto della vita. Esce dal Pertini il 3 dicembre 2024 a 62 chili, ma il quadro non si stabilizza mai davvero. Un primo rigetto del differimento pena, a maggio 2025, non cambia nulla in meglio: un altro ricovero lungo, da giugno a settembre, lo riporta a 54 chili. Nuova digiunostomia a novembre. Poi ancora ricoveri, nel febbraio e nell’aprile 2026, quest’ultimo in codice rosso per un sospetto cardiologico. A luglio la difesa scrive che il peso è tornato a 62 chili, “stabile nella sua gravità”: sotto la soglia Oms di malnutrizione grave, punto e basta. Sono passati 28 mesi da quel maggio, ha detto ieri Angela davanti al Tribunale, e il conto torna.
L’avvocato Fabio Federico prende in carico la difesa il 3 novembre 2025, primo colloquio a Regina Coeli. Da lì una sequenza fittissima: sette udienze in meno di un anno, 15 presìdi sanitari contattati uno per uno per verificare disponibilità di ricovero, 26 pec inviate a strutture del territorio, poi la disponibilità formale dell’Asp di Catania a prendere in cura Scuderi in caso di detenzione domiciliare, quella della moglie, del medico di base, di una cooperativa di accoglienza a Giarre.
Aprile scambiato per giugno - L’ordinanza che il collegio, presieduto da Antonella Minunni con la relatrice Maria Raffaella Falcone e gli esperti Michele Coccia e Antonella Ricci, decide il 23 giugno e deposita solo il 17 luglio, quasi un mese dopo, è il provvedimento al centro della protesta di ieri. Il testo, letto per intero, conferma l’errore da solo: attribuisce alla relazione sanitaria del 19 giugno la descrizione di un detenuto “completamente autonomo... nello svolgimento di tutte le attività quotidiane”, frase che invece, per data e contenuto, appartiene alla relazione del 24 aprile. La vera relazione del 19 giugno racconta un’altra storia: un dolore addominale che dura da un mese, tale da impedirgli la fisioterapia. Lo stesso provvedimento racconta anche il tentativo, arenato, di un intervento di ricostruzione dell’esofago: valutato dai Policlinici Umberto I e Gemelli, poi rimandato all’Ospedale universitario di Padova, che aveva comunicato una lista d’attesa di sei-dodici mesi in assenza di controindicazioni. Nelle stesse settimane, mentre l’ordinanza restava da scrivere, un’altra istanza urgente della difesa veniva respinta sulla base della relazione dell’8 luglio. Il Tribunale, con parere conforme del pubblico ministero, ha concluso che le patologie di Scuderi restano curabili con farmaci, controlli periodici e uscite verso strutture esterne, anche tramite l’articolo 11 dell’ordinamento penitenziario: quindi compatibili con il carcere.
Il professor Paolo Arbarello, già ordinario di Medicina legale alla Sapienza, visita Scuderi due volte, il 13 aprile e l’11 giugno. Parla di sarcopenia ingravescente, perdita progressiva di forza e massa muscolare che porta verso la paralisi, e di “assoluta incompatibilità” tra quelle condizioni e il regime di detenzione ordinaria. Il 13 aprile, lo stesso giorno della prima visita di Arbarello, la difesa deposita anche un’istanza per il suicidio assistito: la misura della disperazione, messa nero su bianco mesi prima che la madre si incatenasse a un cancello.
Il caso era arrivato anche alla Camera. Il 29 gennaio il deputato Roberto Giachetti aveva presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia e a quello della Salute, chiedendo conto delle condizioni di Scuderi e sollecitando una ricognizione nazionale sui detenuti gravemente malati. Per l’interrogante, proseguire la detenzione in quelle condizioni rischia di trasformare l’ergastolo in una condanna a morte di fatto. È ancora in corso, la risposta del ministero non è arrivata. Contro l’ordinanza del 23 giugno, il 24 luglio Federico deposita ricorso in Cassazione. Il 29 luglio presenta una nuova istanza di differimento, questa volta fondata sulle relazioni del 19 giugno e dell’8 luglio, mai davvero lette dal collegio. Il 30 luglio scrive alla presidente del Tribunale di Sorveglianza, Marina Finiti, per segnalare formalmente l’errore e chiedere un incontro. A oggi nessuna delle due iniziative ha avuto risposta, ed è da lì, da quel silenzio, che nasce il presidio di ieri.
Davanti al tribunale, Angela ha raccontato anche il resto. Suo figlio diceva di sentirsi male e i sanitari pensavano che lo facesse apposta, per uscire. Poi, quando alla fine lo hanno portato in ospedale, era già in codice rosso: gli hanno rifatto la digiunostomia. Ha ripetuto di aver portato cinque medici a visitarlo, di sua iniziativa, perché qualcuno vedesse davvero come stava. Alla fine si è tolta la parola da sola, tra le lacrime: “Ho preso cinque medici che sono andati a visitare mio figlio nella sua gravità, ma nessuno ha visto come stava davvero. Non l’ha visto nessuno”.









