di Laura Barbuscia
La Repubblica, 8 ottobre 2019
A Rebibbia da Renata, neodiplomata al liceo artistico tra le mura del carcere. Da ladra a scultrice, pensando alla famiglia. "Quando è arrivata non parlava neppure l'italiano". Da mani furtive a strumenti d'arte. E il diploma dietro le sbarre. "È qui che ho iniziato a modellare la creta e a scolpire l'argilla, plasmando i miei sentimenti e inseguendo un titolo di studio per riscattarmi".
Renata Sejdic, 45 anni tra due mesi, di origine bosniaca, è la prima rom che ha conseguito il diploma di liceo artistico presso l'Istituto statale "Enzo Rossi", alla casa circondariale femminile di Rebibbia. Un traguardo inseguito da anni, raggiunto a luglio con un voto "inaspettato" di 86/100: "Non immaginavo un punteggio così alto - dice - Prima dell'esame finale ero terrorizzata". A sostenerla oltre al corpo docenti del penitenziario romano femminile, anche i membri esterni della commissione d'esame: "Per premiarla le hanno assegnato due punti, alzando il voto finale", spiega Lucia Lo Buono, insegnante di "Arte della figurazione per la pittura e la scultura". Al primo piano dell'istituto, un corridoio lungo e stretto racconta storie nascoste tra le pieghe e i solchi del tempo del carcere.
Sulle pareti, nelle aule scolastiche, i lavori collettivi delle detenute lasciano un segno della loro creatività e danno un tocco di colore a muri e sbarre. Tra le opere ci sono i dipinti e i bassorilievi di Renata: "Disegno soprattutto donne incinte, che allattano o che tengono in braccio bambini. Non sono stata una mamma molto presente e non ho dato ai miei sei figli, l'amore che meritavano".
Renata si intristisce, cambia registro e torna a parlare del suo percorso: "In sezione non riuscivo a studiare bene così in classe cercavo di memorizzare tutto quello che dicevano i professori. A volte mi portavo anche i libri in cella: la mia è la più bella di tutte, colorata, con le mattonelle verdi e le tende e le stoffe arancioni". Appena 9 metri quadrati e il minimo indispensabile. "Ma per me è come una suite".
Ed è proprio lì che Renata si è preparata alla prova finale: "Nella mia tesina di maturità ho affrontato il tema del viaggio: da Gauguin, che fugge dall'Europa per trovare l'armonia e la giovinezza, ad Aylan, il piccolo profugo siriano simbolo della tragedia dei migranti". Se il suo passato è segnato da una sequela di furti che le hanno fatto accumulare anni su anni di carcere, il presente è fatto non solo di sculture ma anche di soddisfazioni tangibili.
"Renata ha ricevuto molti premi", tiene a dire Lucia Lo Buono con una punta d'orgoglio. E le piace ricordare il secondo posto al concorso "Marta Russo e la donazione degli organi", per un bassorilievo in argilla refrattaria e quello de "L'arte perfetta" all'Aranciera di San Sisto. Che il corso di studi non sia stata una passeggiata lo racconta Stefania Miccolis, insegnante di storia dell'arte: "Renata ha iniziato da zero. Ha imparato l'italiano in carcere. Ogni volta che la vedevo leggere mi commuovevo. "Non ce la faccio più, la testa mi scoppia", diceva".
"Ma è una combattente - interviene Francesco Maria Fabrocile, insegnante di italiano - Ha preso in mano il suo destino e ha deciso di ricostruire se stessa". Nel cammino di Renata c'è di tutto fino al riscatto. "Ho iniziato a rubare all'età di 9 anni. La prima volta che mio padre lo venne a sapere mi diede un morso". In Italia dall'età di 7 anni, ha vissuto insieme alla famiglia prima nel campo nomadi di vicolo Savini, poi in quello di Castel Romano. Ed è lì che è stata arrestata. "Questi 11 anni di galera mi sono serviti per capire che non rifarei gli stessi errori che oggi mi costano la libertà. Non ne vale la pena". E tra un ricordo e un rimorso, Renata Sejdic guarda al futuro. "Una volta fuori da qui, fra 4 anni e mezzo, so già quello che farò: cercherò un lavoro per dare continuità al progetto di rinascita iniziato qui dentro".
Che il lavoro dia un senso al tempo, più che mai in carcere, lo sa bene. "Di mattina, dalle 7.10 alle 12.30, vado all'orto. Il mercoledì, invece, mi occupo della macellazione degli animali". "Corretta in ambito lavorativo, sempre in orario e scrupolosa - dice di lei l'educatrice Sabrina Maschietto che elenca gli altri impieghi, dalla lavanderia al caseificio".
Un'operaia modello che si definisce "uno spirito libero", indicando il tatuaggio di una farfalla, accanto a una rosa e a un angelo, che, dice, la rappresenta. Sulla mano sinistra, ha un segno sbiadito: "Era il nome del mio ex marito", dice con noncuranza. Mentre gioca con una fedina al dito, regalo di sua nipote, confida: "Vorrei il perdono dei miei figli e vorrei che mi amassero come io amo loro, anche solo per un giorno".









