di Alessia Arcolaci
Vanity Fair, 10 novembre 2021
Le Donne del Muro Alto, compagnia teatrale nata a Rebibbia, hanno trovato la forza per reagire all'esperienza del carcere e il coraggio di guardarsi davvero, per scoprirsi nuove. Il racconto delle loro sofferenze e del loro desiderio di riscatto.
Daniela si schiarisce la voce e lo dice tutto d'un fiato. Grazie al teatro è riuscita a raccontare alle sue due figlie di essere stata per dieci mesi in carcere. Detenuta per un tentato furto. "Durante quel periodo in cella, avevo detto loro che ero via per lavoro. Ci potevamo solo sentire pochi minuti al telefono, e nemmeno tutti i giorni, e non volevo che vivessero quella sofferenza così grande con questa distanza tra noi. Non volevo che lo leggessero attraverso lo schermo di un computer". Una volta uscita, le parole per spiegare il carcere alle sue figlie Daniela le ha lasciate pronunciare allo spettacolo teatrale Ramona e Giulietta, che ha preparato durante il periodo di detenzione insieme alla compagnia delle Donne del Muro Alto a Rebibbia, guidate dalla regista Francesca Tricarico, insieme all'associazione Per Ananke.
"Volevo che capissero in questo modo dov'ero stata durante quei mesi e che si sentissero libere di giudicarmi senza paura. Di arrabbiarsi, se lo avessero voluto. Hanno guardato lo spettacolo in silenzio e alla fine mi hanno detto che non dovevo vergognarmi, che erano fiere di me". Daniela ha 39 anni, i capelli biondi e ondulati sulle punte, i lineamenti delicati. Gli occhi sono bassi mentre ricorda quei momenti vissuti insieme con le sue ragazze, come le chiama lei. Accenna un sorriso e apre lo sguardo quando ripete che hanno accettato tutto, che sono state orgogliose di lei. È arrivata a Roma da Bucarest 17 anni fa e mai avrebbe immaginato di vedersi un giorno "sola e rinchiusa dentro quelle quattro mura".
Lo descrive così il periodo nel carcere femminile di Rebibbia. "Mi sono chiesta per giorni cosa facessi lì dentro, come mi era potuta accadere una cosa simile". Il cuore spaccato in due, il pensiero fisso alla sua famiglia fuori, e quel distacco innaturale, di una madre dalle proprie figlie. Quando la incontriamo, Daniela è una donna libera, ha scontato il periodo di detenzione e si sta preparando alla prova generale per il debutto dello spettacolo all'Auditorium del Maxxi di Roma (avvenuto il 20 ottobre scorso, nell'ambito della Festa del Cinema di Roma).
Una tappa della prima tournée della compagnia di attrici, composta da ex detenute e donne ammesse alle misure alternative alla detenzione. "Il teatro è stata la mia strada per la libertà", continua Daniela, mentre in sala prove cammina avanti e indietro ripetendo le sue battute. "Quando salivo sul palcoscenico
Dice Daniela: "Quando salivo sul palco, in quel momento non avevo più addosso il marchio della detenuta", mi sentivo una donna libera. Finalmente, in quel luogo e in quel momento non avevo più addosso il marchio della detenuta". Libertà e coraggio sono le parole che ripetono anche Bruna, Alessandra, Annamaria, Sara, Raquel. Poi Maida, Bianca, Betty, Renata, Joana, Sofia.
Le abbiamo incontrate fuori e dentro il carcere di Rebibbia. Nel teatro hanno trovato la forza per reagire alla detenzione, ma anche il coraggio di guardarsi davvero e dentro scoprirsi nuove. "Queste donne pagano una doppia colpa", ripete la regista Francesca Tricarico, che insegna teatro nel carcere romano da sette anni. "Quella di essere donne e di essere detenute. Tante volte mi è stato detto che dalle donne in carcere non si ottiene niente, che avrei perso tempo. Ramona e Giulietta è la dimostrazione che c'è solo un grande pregiudizio".
Il testo, riscritto dalle ex detenute stesse insieme alla regista, nasce dalla loro personale rilettura di una delle più celebri opere shakespeariane. L'occasione è stata la celebrazione, il 26 ottobre del 2017 a Rebibbia femminile, della prima unione civile tra persone dello stesso sesso all'interno di un istituto penitenziario italiano. "Quell'avvenimento aveva acceso il dibattito sull'amore omosessuale anche dentro il carcere, proprio come accadeva fuori, nelle piazze. Così lo abbiamo portato in scena". Alessandra ha la voce piena di chi ha tanto da raccontare. Riesce a farlo cantando, e quando inizia c'è spazio solo per lei. Sul palcoscenico è Mercuzia.
"Interpreto la poetessa dell'amore, ma io quello vero non l'ho mai conosciuto. È stato grazie a questo personaggio che mi è tornata la voglia di credere che da qualche parte ci sia qualcuno pronto ad amare anche me". Dopo quasi 18 anni trascorsi fuori e dentro, Alessandra appena è uscita ha cominciato una vita nuova.
"Il carcere mi ha tolto tutto: la famiglia, gli affetti, i miei figli. Sono rimasta sola, ma oggi lavoro in una casa-famiglia dove ci sono bambini di tutte le età che hanno bisogno di affetto. Io faccio questo, pulisco e mi occupo di loro. La vita mi ha insegnato che i figli non sono solo nostri: abbiamo tanto amore e tante persone a cui possiamo darlo". Alessandra prende le parole dell'indimenticabile Gabriella Ferri per raccontare la fragilità dell'essere umano. E la sua bellezza. Quando intona Sinnò me moro, Giulia Anania, cantautrice, poetessa e paroliera, che firma le musiche dello spettacolo, imbraccia la chitarra e la segue. Come in una danza che, insieme al teatro, entra ed esce dalle mura del carcere. Entrarci è come ritrovarsi sbalzati in una bolla dentro cui trattenere il respiro.
Lo racconta bene Maida, 33 anni, a Rebibbia da diciotto mesi. Quando arriva in sala teatro è in tenuta da lavoro, si occupa di distribuire la spesa alle detenute. "La prima cosa che mi viene in mente, quando penso al carcere, è la tristezza. Prima avevo una vita come quella di tanti giovani: lavoravo come barista, la sera uscivo con gli amici, mi piaceva organizzare cene a casa. Poi ho perso tutto questo". Il motivo della sua detenzione Maida preferisce non dirlo, "non perché sia un fatto grave, ma non me la sento. Entrare qui è stato traumatico, solo grazie alle attività che possiamo fare riesco a stare meglio. Il teatro mi emoziona", racconta Maida prima di scoppiare a piangere. "Mi fa sentire altrove, non penso di essere qui dentro".
Mentre parliamo in una stanzetta riservata, Francesca Tricarico in sala teatro fa scaldare le sue attrici. Si fanno esercizi per la voce, si danza, si cerca un momento per tirare fuori tutto quello che dentro la cella sta troppo stretto. "Mi hanno dato 20 anni", ripete Renata a bassa voce, rassegnata. "La mia vita è distrutta e così quella dei miei figli". È una delle prime volte che Renata partecipa al corso di teatro e qui sembra cercare un appiglio per non chiudersi alla vita. "La mia fine pena è nel 2044. Ho otto figli, alcuni sposati, sono loro l'unica mia forza. Insieme al teatro. Mi sono iscritta al corso perché quando sono qui dimentico un po' la sofferenza, non vedo più la sezione dove sto tutto il giorno e mi piace imparare".
Le storie delle detenute ed ex detenute s'intrecciano nella vita e sul palcoscenico. Sono unite tutte da una profonda sofferenza, a volte dalla violenza, dal desiderio di riscatto. Cantare l'amore, portarlo sul palco, le fa sentire più vive. "Finalmente libere", racconta Bruna, che ha 51 anni ed è rimasta in carcere un anno e mezzo. Durante la detenzione ha trovato lavoro e oggi è una tecnica informatica all'Università La Sapienza. "Da quando sono uscita non ho abbandonato il teatro e continuo a studiarlo". Mancano poche ore al debutto e le attrici della compagnia delle Donne del Muro Alto provano e riprovano le posizioni da tenere sul palco.
In sala regia, Francesca Tricarico le incoraggia fino a perdere la voce. Per lei non è un lavoro, è un pezzo di vita. "Preparare questo spettacolo è stato un viaggio dentro e fuori le mura di Rebibbia, perché il carcere come il teatro è una grande lente d'ingrandimento sull'uomo e la società in cui vive. Un modo per ritrovare le proprie necessità oltre le sbarre e i corridoi della sezione". Seduta su un cubo bianco c'è Annamaria. È la più anziana della compagnia, stringe il copione tra le mani, è distesa. Il suo periodo di detenzione non è ancora definito. Annamaria non la sente l'ansia della prima volta, le è passata troppa vita addosso. Per lei è un momento di gioia. "Faccio vedere quello che so fare", ripete, mentre chiede una caramella alle compagne.









