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di Andrea Ossino

La Repubblica, 24 maggio 2024

La storia di Massimiliano Sparacio, condannato a 30 anni di carcere per l’omicidio di Luca Palli, l’uomo che lo perseguitava. Adesso non mangia, scrive al governo e chiede che venga raccontata tutta la verità. Rinchiuso nella cella in cui dovrà trascorrere 30 anni della sua vita, Massimiliano Sparacio non mangia. Da tre mesi è in sciopero della fame. Perché dopo aver invano scritto lettere al presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai ministri Matteo Salvini e Carlo Nordio, ha pensato che questo fosse l’unico modo per essere ascoltato.

Il detenuto di 54 anni non rinnega le sue azioni. Ammette di aver ucciso un uomo, nel 2017, fuori da un bar di Aprilia. Ma chiede che venga raccontata tutta la verità, e non solo una parte. “Io non cerco scuse per quello che è accaduto, di sbagli ne ho commessi anche io ed è giusto che paghi, ma dire che volevo uccidere non ci sto”. Nessuna premeditazione, dice il detenuto. Piuttosto una reazione all’ennesimo pestaggio in vista, all’ennesima minaccia, dopo aver visto una mano mimare il gesto della pistola sulla fronte di sua figlia di sei anni.

Perché la vittima di Sparacio, Luca Palli, il cui nome viene fatto anche da gente finita in indagini di mafia, da anni perseguitava il detenuto. Nulla che giustifichi il suo gesto ma per capire le cose occorre conoscere anche l’antefatto. Inizia in un bar di Aprilia, in via Inghilterra, dove un giorno di 9 anni fa sono scomparsi diversi Gratta e Vinci. In realtà già da tempo qualche ammanco aveva insospettito il titolare, il signor Sparacio. E per questo dopo l’ennesima sparizione aveva licenziato una ragazza assunta da poco. Un affronto, secondo l’ex compagno della dipendente, Luca Palli. Da quel momento Sparacio ha subito l’ira dell’uomo.

Le cronache raccontano di incendi, minacce, richieste di denaro, aggressioni, massacri e sequestri. L’uomo era stato costretto anche a chiudere la sua attività per non avere problemi. Non bastava. I soprusi continuavano. Gli atti parlano di denunce presentate e ritirate. Di nessun intervento da parte delle forze dell’ordine. Un giorno, dopo aver fatto colazione, Palli aveva fermato Sparacio mentre era ancora con le sue figlie di 6 e otto anni. “Disse che era meglio per la mia famiglia se pagavo l’importo intero”, dice il detenuto ricordando di come Palli pretendesse 30 mila euro e di come quel giorno si fosse allontanato mimando il segno pistola alla figlia. La goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il barista si procura una pistola e accompagnato da un amico decide di intervenire in prima persona. Arriva fuori da un locale dove Palli stava facendo colazione. Lui la racconta così: “Poi uscì Luca dal bar e io lo chiamai, quando mi ha visto si è imbestialito, ha aperto la macchina, ha preso la mazza da baseball e si è messo a correre verso di me. Gli ho detto di fermarsi per chiarire, lui ha continuato a correre, io gli ho detto che ero armato, lui mi disse ‘ma che vuoi spara’ mo’ ti ammazzo’. Io quando mancavano 4 metri ho preso la pistola che stava sotto la macchina. Non ho capito più niente”. In aula la teoria della legittima difesa non ha retto. Sparacio è stato condannato a 30 anni di carcere. Lo accetta ma una cosa ancora non si spiega: perché nessuno è intervenuto prima che tutto ciò accadesse?