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di Rory Cappelli

La Repubblica, 2 maggio 2026

È stato condannato a 7 anni e 7 mesi, di cui quasi 4 anni già scontati, per un reato risalente al 2016. Nonostante le condizioni di salute gli è stato negato il differimento della pena. Roberto Canulli ha 78 anni. È detenuto nel carcere di Rebibbia, a Roma. Fatica a respirare, vede poco, sente meno, si muove con difficoltà. Stefano Massini lo ha raccontato a “Piazza Pulita” nella puntata andata in onda il 30 aprile su La7: e lo ha raccontato non per quello che ha fatto, ma per quello che resta di lui, oggi. Un uomo anziano che sembra consumarsi dentro un sistema che, però, per lui non riesce a fermarsi.

La storia - Roberto Canulli è stato condannato a 7 anni e 7 mesi (e 23 giorni) - di cui quasi 4 anni già scontati - per un reato risalente al 2016 di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio. Dopo quattro mesi di carcere preventivo era stato messo in libertà per oltre 3 anni, senza commettere nuovi reati o creare problemi, tenendo “una condotta irreprensibile”. Quando poi la pena diventa esecutiva e Canulli entra (o rientra) in carcere, lo fa ormai in età avanzata, con condizioni di salute molto compromesse.

La grazia - A marzo 2026 proprio Gianni Alemanno, ex sindaco Roma, oggi detenuto in quello stesso carcere, presenta per Canulli una domanda di grazia al Presidente Mattarella. Questa richiesta, dice Alemanno, è quasi un cambio di linguaggio: dalla condanna alla compassione, dalla pena alla possibilità di finire altrove, magari a casa. Come è giusto per i “vecchietti”, come scrive lui stesso in un post su Facebook, nella pagina in cui racconta i suoi “Diari di cella”.

Il quadro clinico - Nei diari si racconta con precisione qual è il quadro clinico di Canulli: “Devastante”, si legge. “Ipertensione arteriosa, enfisema polmonare e bronchiectasie (dilatazione dei bronchi), esiti di ictus cerebellare destro, grave ipoacusia (non sente quasi niente), vasculopatia carotidea, ipertrofia prostatica benigna, come descritto - scrive Alemanno - nella relazione sanitaria del 24/2/2024. Poi, sempre secondo questa relazione sanitaria, era in attesa di eseguire degli esami alla cornea perché, anche indossando gli occhiali, aveva solo 4 decimi di vista (cioè vede pochissimo) e deve compiere esami di “ecocolordoppler” agli arti inferiori perché fa fatica a muoversi sulle gambe. Ma la stessa relazione concludeva che le condizioni di Roberto erano discrete e stabili e che sarebbe stato curato in carcere, con periodici controlli presso ospedali esterni. Per cui il 19 aprile 2024 il Tribunale di Sorveglianza respinse la sua istanza di differimento pena”.

Lo stato delle carceri - La storia di Canulli è l’emblema della presenza crescente nelle carceri di detenuti anziani e non autosufficienti. Perché la sua non è una storia eccezionale. Alemanno chiede che venga concesso a Canulli di scontare la pena fuori dalla cella, in un regime compatibile con le sue condizioni di salute. Il riferimento è al diritto alla salute garantito dalla Costituzione, che in casi estremi può entrare in tensione con l’esecuzione della pena. La grazia, in questo contesto, non è solo un atto clemenziale. È una misura che riconosce che la detenzione, per alcune persone, può trasformarsi in qualcosa di diverso dalla pena prevista: un aggravamento irreversibile delle condizioni di vita.

La pena e la tutela di diritti fondamentali - Non a caso negli ultimi anni, diverse associazioni, giuristi e operatori hanno segnalato un aumento dei detenuti anziani e con patologie gravi, spesso difficili da gestire all’interno delle strutture penitenziarie. Il nodo è complesso: da un lato la necessità di eseguire la pena, dall’altro l’obbligo di tutelare diritti fondamentali come la salute e la dignità. Quando queste due linee si incrociano, emergono casi come quello di Canulli, che costringono istituzioni e opinione pubblica a interrogarsi su dove tracciare il limite.