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di Flaminia Savelli

Il Messaggero, 22 ottobre 2024

“Abbiamo cercato in tutti i modi di ottenere i domiciliari ma il giudice ha detto no più volte. Era chiaro che stava male”. “Mio fratello è morto solo, tra le sofferenze. Quando l’ho visto l’ultima volta, pochi giorni prima di morire, parlava a fatica e aveva i polmoni pieni di acqua. Ho capito subito che la situazione era già compromessa”. Luciana è appena rientrata dal funerale del fratello, Giuseppe Ruggieri, il 66enne detenuto nel carcere di Rebibbia deceduto lo scorso 13 ottobre. La famiglia ieri mattina si è stretta per l’ultimo saluto ed ora è pronta a combattere per fare luce su quanto accaduto. Ruggieri infatti, era stato arrestato il 12 luglio dopo aver aggredito e sfregiato la sua ex fidanzata e il nuovo compagno. Ma non appena è stato trasferito nell’istituto penitenziario, le sue condizioni cliniche sono apparse subito gravi.

Signora Luciana, quando suo fratello è stato arrestato come stava?

“Giuseppe era senza una gamba, gli era stata amputata. Ma era il quadro generale a preoccuparmi, soffriva di diverse patologie serie tra cui la cirrosi epatica. Ecco perché mi sono subito attivata per gli arresti domiciliari. Mi sembrava evidente l’incompatibilità con il regime carcerario”.

E invece cosa è accaduto?

“È iniziata la nostra odissea tra le perizie, il carcere e il tribunale. Mentre i giorni passavano e il quadro clinico di Peppe peggiorava sempre di più. Pure il personale del carcere aveva segnalato che aveva necessità costante di rapporti con presidi sanitari ma non è stato sufficiente per il tribunale che ha anche impiegato diversi giorni prima di depositare la perizia”.

Tanto che sono stati necessari due solleciti...

“Esatto, ad agosto mio fratello era già detenuto da un mese. Conoscendo la sua situazione, e che stava sempre peggio, sapevo che non avevamo più molto tempo a disposizione per aiutarlo, per assicurargli le cure adeguate. Il nostro avvocato, Pietro Nicotera, ha fatto il possibile per accelerare i tempi. Poi comunque è arrivata la perizia del tribunale che stabiliva la compatibilità con il regime carcerario e ho capito che non c’era più alcuna possibilità. E infatti mio fratello è morto pochi giorni dopo”.

Quando lo ha visto l’ultima volta, in che condizioni era?

“Sono andata a trovarlo tre giorni prima del decesso, era giovedì 10 ottobre. Era sdraiato nel letto, immobile. Faceva molta fatica a parlare, sbiascicava. Quando mi ha visto, è scoppiato a piangere. Credo che sapesse che ormai era alla fine. I medici del carcere mi hanno aggiornata che aveva i polmoni pieni di acqua. E infatti la domenica mattina la situazione è precipitata ed è morto. Secondo l’autopsia a causarne il decesso è stato uno choc emorragico da ricondursi alla cirrosi epatica”.

Ha già depositato la denuncia: crede che agli arresti domiciliari, suo fratello si sarebbe potuto salvare?

“Questo lo accerteranno le indagini. Quello che so è che mio fratello è morto solo, lontano dalla sua famiglia, tra dolori lancinanti. Questa battaglia non è solo per Giuseppe ma per tutti quei detenuti che, malati come lui, sono abbandonati a loro stessi”.