sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Rinaldo Frignani

Corriere della Sera, 21 aprile 2022

La denuncia del Sappe, la vittima è stata ricoverata in ospedale. Sotto inchiesta due giovani in cella per droga, rapina e altri reati. L’accusa del sindacato: “Tutta colpa dell’allentamento della vigilanza interna, adesso è solo dinamica”.

Rapito, legato con una corda e violentato sotto la minaccia di un coltello da altri due detenuti nel carcere di Regina Coeli. Una scena drammatica in un reparto dell’istituto di detenzione nel centro di Roma, denunciato dai sindacati della polizia penitenziaria. Sotto inchiesta ci sono adesso due giovani di origine slava, già in cella per droga, rapina e altri reati, mentre la vittima, un italiano, è stata trasportata in ospedale per gravi ferite. Sul caso indagano proprio gli agenti della Penitenziaria che stanno cercando di ricostruire l’accaduto e scoprire anche il movente dell’aggressione sessuale.

Lo stupro risalirebbe a una settimana fa: i tre si trovavano nella stessa cella nel reparto di isolamento della VII sezione per reclusi affetti da Covid, in quanto contagiati dall’inizio del mese. Dopo la violenza, secondo quanto emerge dalla relazione del Dap, la vittima è stata assistita anche da personale penitenziario e dagli psicologi in servizio nel carcere. Una volta rientrato a Regina Coeli dopo essere stato in ospedale, l’uomo ha sporto denuncia e adesso la procura indaga. Fra le ipotesi di reato quella di violenza sessuale di gruppo. Non è ancora chiaro se il coltello, un arnese rudimentale forse ricavato da un altro utensile, sia stato trovato e sequestrato. Per i due reclusi che saranno indagati potrebbe scattare fin da subito il trasferimento in un’altra struttura carceraria, in attesa che venga definita la loro posizione giudiziaria.

A parte la vicenda della violenza sessuale, Regina Coeli ha il più grosso focolaio di Covid che si registra nelle carceri italiane in questo momento, con 211 positivi, con un esubero di 300 posti rispetto alla capienza del carcere e invece 143 agenti in meno rispetto all’organico previsto. Solo il 4% dei detenuti lavora. A oggi i positivi sono tutti asintomatici. Il secondo carcere per contagi è quello di Alessandria, dove i positivi sono quasi quattro volte di meno, 56 in tutto. Sempre a Roma, ma a Rebibbia, sono invece “solo” 46 fra tutti i reparti. A Regina Coeli sono detenute attualmente 912 persone con 615 posti regolamentari in 323 stanze di detenzione (tutte con servizi igienici con porta). Mentre i poliziotti effettivi sono 373 sui 516 in organico. Mancano anche gli educatori: ce ne sono solo cinque sugli 11 previsti. E ci sono carenze anche tra gli amministrativi: 35 gli effettivi sui 47 previsti. Il quadro dei “vuoti” lo forniscono i dati pubblicati sul sito del ministero della Giustizia aggiornati al 28 febbraio scorso. Dati dai quali risulta che l’unica attività lavorativa è il servizio di lavanderia e di cucina interna, dove sono impiegati 36 detenuti.

Intanto però sulla storia dello stupro dietro le sbarre, Donato Capece, segretario nazionale del Sappe, accusa: “Questi sono i frutti di una sorveglianza ridotta in conseguenza della cervellotica vigilanza dinamica, dell’autogestione delle carceri e dai numeri oggettivi delle carenze di organico del reparto di polizia penitenziaria di Roma Regina Coeli. Quel che è successo è di inaudita gravità ed è la conseguenza dello scellerato smantellamento delle politiche di sicurezza delle carceri, che di fatto determinato una pericolosa autogestione dei penitenziari”.

Secondo il sindacalista, che ha parlato con l’Adn Kronos, “il sistema, per adulti e minori, si sta sgretolando ogni giorno di più. Il Sappe denuncia da tempo che la sicurezza interna delle carceri è stata annientata da provvedimenti scellerati come la vigilanza dinamica e il regime aperto, l’aver tolto le sentinelle della polizia penitenziaria di sorveglianza dalle mura di cinta delle carceri, la mancanza in organico di poliziotti penitenziari, il mancato finanziamento per i servizi anti intrusione e anti scavalcamento. La politica se n’è completamente fregata. E i vertici del ministero della Giustizia e dell’amministrazione penitenziaria hanno smantellato le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali”.

Secondo Maurizio Somma, segretario regionale del Sappe, l’uomo aggredito è riuscito comunque a salvarsi da conseguenze peggiori “grazie all’intuizione degli uomini del corpo di polizia penitenziaria. È stato trasportato in ospedale. Un episodio vergognoso e raccapricciante certamente favorito dall’allentamento della sicurezza interna dovuto alla vigilanza dinamica”.