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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 5 aprile 2025

A centinaia nella capitale, con qualche manganellata e i palazzi blindati: mix tra politici e attivisti. Cortei da Bologna a Napoli contro la “deriva ungherese”. “La loro sicurezza serve soltanto a giustifica leggi liberticide. Non vogliamo un paese che ci obbliga a stare in silenzio di fronte alle ingiustizie e che invece di proteggerci ci minaccia”. Le parole di una studentessa media al microfono piazzato davanti al Pantheon sintetizzano alla perfezione i motivi della protesta, convocata last minute, che ha visto centinaia di persone ritrovarsi al centro di Roma, a un tiro di schioppo dai palazzi in cui il Ddl sicurezza è rimasto impigliato, per l’opposizione parlamentare, le urla che in questi mesi sono arrivate dalle piazze e i bisticci dentro la maggioranza.

Nel frattempo si manifesta in diverse città d’Italia. E dove non si è manifestato in questo pomeriggio, mentre la presidente del consiglio cerca le parole per giustificare la forzatura del decreto che sostituisce il Ddl, è soltanto perché le piazze si erano già riempite nel giorno precedente. Funziona così, in forme rapide e a volte quasi informali ma con una solidarietà che si è costituita nelle assemblee degli ultimi mesi, questo movimento che si è raccolto attorno all’idea che si dovesse bloccare in tutti i modi la svolta autoritaria. E non sono pochi, nei capannelli di attivisti che pian piano si sovrappongono alle file indiane dei turisti, quelli che fanno notare che questo “golpe istituzionale” arriva insieme alla tentata spallata della maggioranza sulla legge elettorale dei comuni. Le città e i movimenti, le istituzioni di prossimità e il dissenso, costituiscono una minaccia per questa destra al governo.

Peppe De Cristofaro, capogruppo al senato di Avs che è stato probabilmente il principale regista della pioggia di emendamenti che è caduta sul Ddl in commissione imbrigliando la maggioranza e facendo guadagnare il tempo necessario a far montare ancora di più la protesta, la mette così: “Quando si tocca il codice penale non si agisce per decreto. È in gioco la libertà delle persone, vogliono davvero trasformare l’Italia nell’Ungheria”. Gli fa eco Ilaria di Amnesty international: “Questo governo è sordo alle voci della società civile ed è sordo alla voce dei diritti”. Le voci della società civile si alternano a quelle dei politici: tocca a Riccardo Magi di +Europa promettere che la partita non è affatto chiusa: “Noi faremo un’opposizione durissima - scandisce - visto che a questo punto ricomincerà l’iter di conversione di questo nuovo decreto schifezza e insicurezza per gli italiani”. Quelli della Rete dei numeri pari fissano i paletti: “Non possiamo permetterci di perdere la libertà”. “Vogliono reprimere il dissenso, perché il governo non sa gestire i problemi complessi e si rifugia nelle risposte rozze - sostengono le parlamentari M5S Valentina D’Orso e Ada Lopreiato - Adesso arriva l’ulteriore aberrazione del decreto legge, con ventuno condotte penalmente rilevanti per decreto. È una giustizia classista contro i cittadini comuni”. Maurizio Acerbo di Rifondazione parla di “un atto eversivo per il merito e increscioso nel metodo: per scansare le osservazioni del Quirinale circa la patente incostituzionalità di parti del disegno di legge si aggira il parlamento”. Il Forum Disuguaglianze e diversità invoca una “risposta all’altezza della sfida” avanzata dall’esecutivo.

Parla di “populismo penale” il capogruppo del Partito democratico al senato Francesco Boccia, che ringrazia le reti che dalla piazza hanno consentito che l’opposizione in parlamento al Ddl diventasse più forte: “Calpestano la Costituzione solo perché sono divisi e Salvini deve fare il congresso domenica”. E quando ad alcuni studenti viene impedito di entrare in piazza (ogni via verso palazzo Chigi è letteralmente sbarrata da camionette e uomini con manganello alla mano) in molti notano che siamo già di fronte a una restrizione del diritto di manifestare. È a questo punto che, quasi come se avessero bisogno di farsi spazio per respirare meglio, in tanti e tante vanno a fare pressione su uno dei varchi bloccati, ne deriva qualche minuto di spingi-spingi e qualche manganellata di troppo. A questo punto soprattutto i più giovani si sono guadagnati il diritto di partire in corteo per il centro di Roma, in zone di solito vissute come parco turistico.

Le luci pastello della serata primaverile cozzano con i cordoni degli uomini in divisa che hanno impedito che la protesta arrivasse fino a Palazzo Chigi. Tra i manifestanti circola una certezza: non è ancora detta l’ultima parola. La proposta di una manifestazione nazionale, contro la deriva ungherese e per la protezione collettiva delle libertà, rimbalza dalle altre piazze del resto d’Italia.