di Viola Giannoli
La Repubblica, 1 maggio 2024
Il progetto di formazione e reinserimento al lavoro per le recluse coinvolte in laboratori di edilizia, idraulica, artigianato d’alta moda. “Qui c’è la centralina, qua il campanello, l’interruttore l’ho collegato alla lampadina… funziona!”. Non è semplice montare un generale su una barra Din, installare i differenziali magnetotermici con differenti amperaggi, mettere i salvavita, un ponte, scegliere i cavi, del colore giusto, da inserire nei morsetti, le entrate, le uscite. E non è facile nemmeno confezionare una rosa di petali di raso bianco da cucire su un abito da sposa per un atelier d’alta moda. Se dalla finestra, prima del verde fuori, si vedono le sbarre, forse è ancora più difficile. “Ma dicono che pagano bene, allora è il lavoro mio!”.
Fabiola, felpa grigia, mani grandi, il codino sopra la rasatura, ride mentre riavvita i componenti del quadro elettrico che ha tirato su da zero. “L’hai mai vista una donna elettricista? - irrompe - Ecco io voglio essere la prima che viene a casa tua”. Davanti a sé, oltre ai comandi, ha due anni ancora da scontare nel carcere di Rebibbia femminile. “Però così mi sembra finalmente di fare qualcosa di utile”, dice mentre preme l’interruttore.
Con altre 13 detenute è all’ultima lezione di un corso organizzato dall’Ance Roma - Acer con CefmeCtp che alle recluse ha insegnato i fondamentali dell’elettricità e ora sta formando anche idrauliche e operatrici edili. Dentro al carcere il laboratorio è entrato grazie a “Seconda chance”, l’associazione fondata dalla giornalista Flavia Filippi per dare un’occasione di futuro a chi sta in cella e, dall’altro lato, per far conoscere alle imprese la legge Smuraglia che offre agevolazioni a chi assume, anche part time o a tempo determinato, detenuti in articolo 21, ammessi cioè al lavoro esterno.
Glory ha lunghe treccine fucsia, fuori faceva la parrucchiera e la fa ancora qui, nel carcere. Mentre taglia, lava, colora le compagne, ha imparato a collegare i cavi senza mandare l’impianto in corto. Linda faceva la carrozziera, ma qui ha trovato “qualcosa da fare che può sempre servire e ora voglio continuare il corso, imparare di più, magari farne pure un lavoro”. Loredana fa la spesina, un’altra è la cuoca, un’altra ancora era barista, aspirante fotomodella. “È un lavoro da maschi sì, ma noi lo facciamo meglio, più pulito, più ordinato, guarda qua”, dice Marta, mentre mostra la scatola dei cavi. Quando spiega Mariano, il maestro elettricista, su tre quarti dell’aula cala il silenzio. “Scusa, mi rispieghi che quelle due parlavano?”. “Prenditela con loro che non stavano attente”. “Seee, qua già stiamo inguaiate per conto nostro”.
Non è la scuola, alla fine non c’è nessuna campanella, non si torna a casa. Dopo 48 ore di lezione in poche settimane però non sono sazie. Chiedono ancora perché quando arriverà il fuori-da-qui per le 370 detenute di Rebibbia femminile, bisognerà rifarsi una vita. “Il lavoro nell’edilizia è fatto di manualità, costa fatica, ma la soddisfazione che se ne ricava è grande e ha a che fare, secondo me, con la costruzione della propria identità - spiega il presidente di Ance Roma-Acer, Antonio Ciucci - Ci auguriamo che questo progetto possa dare nuovi stimoli alle detenute e costituire un tassello importante nel loro percorso di vita”.
“Seconda chance” ha già aiutato Betty, Susan, Lidia, Patrizia detta Zuccherina. “Ci hanno messo grande professionalità, sempre coinvolte, sempre a fare domande”, racconta Mariano. “È il modo con cui la casa circondariale e l’associazione provano a insegnare un mestiere, a creare soft skill - dice la direttrice Nadia Fontana - A trovare uno stimolo per capovolgere la loro vita, qualcosa che scateni in loro un moto di riscatto”.
Un filo di speranza - Quattro porte più in là c’è la sartoria. Una stanzona attrezzata con 12 donne, vengono qui da Natale, finiranno a giugno. Cuciono borsette, tolfe, abiti, fiori da imbastire sui vestiti. “Mi rilassa stare qui e mi rende orgogliosa vedere il risultato di quel che faccio, toccarlo con le mani, da due anni lavoro nella sartoria del carcere, facciamo i pantaloni per le lavoranti”, racconta Marianeve, napoletana, con i suoi lunghi capelli ricci.
“Proviamo a operare lavorando come una goccia cinese sulla cultura in forme diverse da quelle canoniche visto che la maggior parte delle detenute a scuola non c’è mai andata - spiega ancora la direttrice - E allora uniamo la lettura, la scrittura, il teatro, lo yoga ad attività molto pratiche, proviamo a rilanciare una crescita culturale attraverso l’attività manuale”. Non sempre riesce. Ci sono le recidive, gli ostacoli dei documenti, le molte imprese che non si fidano di ex detenute, il disagio sociale, l’assenza di una qualsiasi rete oltre le sbarre, i limiti alla funzione riabilitativa della detenzione.
“Però passare il tempo così, facendo, è terapeutico. Il sogno è realizzare un abito per ciascuna di loro e farle sfilare, vediamo se ci saranno il permesso...”, racconta Chiara Valentini, stilista di abiti da sposa con un atelier nel quartiere Prati che insegna all’Accademia di moda e costume e a Rebibbia viene da volontaria a disegnare bozzetti e guidare la mano di chi prende ago e filo per la prima volta. Come Anna: “Mi sono fatta una gonna marrone, volevo metterla al colloquio con mio marito, alla fine non l’ho più indossata, non era venuta tanto bene, era un po’ storta, me la metto in reparto. Ma ora che vado a casa e che ho imparato voglio cucire fiori per ogni tenda. Ne ho fatta una di raso rosa per i 14 anni di mia figlia, che emozione”.
Lucia fa questo lavoro già da 8 anni, è sicura che la porterà via da qui, lontana da Rebibbia, ora sogna davanti a un abito da sposa: “Ma non è per me, sio sono troppo vecchia, è per lei”. Giorgia è una ragazza rumena con gli occhi azzurri, cuce da quando era piccola, per passione, “mi facevo i vestiti da sola. Qui però lavoriamo insieme, facciamo amicizia, ci facciamo compagnia. E magari sì, quando esco il vestito me lo metto io, è bellissimo”.
In fondo alla stanza, seduta alla macchina da cucire, c’è Giana, rom bosniaca. Le mancano 8 anni per uscire, una somma di reati, ha 14 figli, solo tre sono ancora minorenni, non li vede da due anni. Ha imparato a fare la sarta all’Icam di Milano quando ha partorito l’ultimogenito che ha tenuto con sé per 5 anni e mezzo. “Ho fatto tre borsette per mettere dentro le mie cose. Ho capito tante cose qua dentro. Voglio continuare a fare questo, zainetti, borse, per i miei bambini, per i nipoti, magari li vendo pure. Speriamo...”.










