di Biagio Valerio
La Repubblica, 29 maggio 2022
Permesso speciale per discutere la tesi a Tor Vergata. Giuseppe Perrone protagonista negli anni 80 dell’ascesa della Sacra Corona in Salento, si è laureato in Editoria e Comunicazione. La tesi? “Gli abissi di una pena a partire da Primo Levi” e gli è valsa il massimo dei voti.
Entra in carcere da ergastolano ma se ne uscirà, prima o poi, sarà da umanista e letterato. Giuseppe Perrone, da trent’anni rinchiuso in una cella, consegue la quarta laurea. Questa volta in presenza, nell’ateneo di Tor Vergata, grazie ad un permesso speciale per discutere la tesi che è stato rilasciato per la prima volta in assoluto nell’ateneo romano
Perrone, che oggi ha 56 anni, è originario di Trepuzzi, grosso centro del nord di Lecce, e come diversi suoi conterranei si trovò ad essere protagonista, negli anni Ottanta, nel turbine che portò ad affermarsi la cosiddetta “quarta mafia”, la Sacra corona unita. Un momento storico spaventoso per le province salentine che diventarono teatro di una guerra di malavita con scontri quotidiani, caratterizzati da uccisioni e faide tra gruppi avversari, per l’affermarsi di una inedita, per il Salento, mentalità criminale.
In questo scenario un uomo, in particolare, si afferma nell’area di Trepuzzi e si chiama Tonio Perrone, detto “l’Italiano”. Perrone, da studente universitario a Padova si trova invischiato nelle vicende della sua terra e assurge a ruolo di boss della zona. Ma ben presto la parabola decade e viene arrestato e condannato a 49 anni di carcere.
“Fine pena mai”, dunque, come il film con Claudio Santamaria che nel 2008 viene presentato in tutta Italia e prende spunto esplicito proprio dal libro scritto da Tonio Perrone per Manni editore e che si intitola “Vista d’interni. Diario di carcere, di scuri e seghe, di trip e di sventure”, un viaggio lucido tra droga, traffici, musica e mare nei paesaggi assolati della provincia di Lecce. Tonio, infine, morirà a 64 anni nella sua Trepuzzi, a metà di dicembre del 2021, pochi mesi fa.
Un percorso che agli occhi degli osservatori appare parallelo, per molti versi, è quello del fratello Giuseppe, classe 1966. Anche lui viene invischiato in vicende criminali e, soprattutto, in un omicidio di uno studente modello di terza liceo di Brindisi, che viene scambiato per un killer e freddato da una serie di colpi di arma da fuoco a Casalabate, alla viglia del ferragosto del ‘92.
Per quel delitto alcuni collaboratori di giustizia indicarono, come esecutore materiale, proprio il giovane Giuseppe Perrone che si professerà, sempre e continuamente, innocente. Invocando lo scambio di persona perché in quel periodo un affiliato alla Scu circolava nelle marine leccesi con una automobile dai colori sgargianti, del tutto identica alla sua. Ma il verdetto non cambia e Perrone entra in carcere il 23 gennaio 1993 per non uscirci più: isola di Pianosa, San Gimignano e altri trasferimenti in diverse carceri italiane.
Una vicenda giudiziaria intricata, composta come un puzzle da controverse dichiarazioni dei pentiti e da richieste di revisioni dei processi che non hanno cambiato il corso degli eventi: Perrone è passato, in trent’anni, da un carcere all’altro e in ognuno ha lasciato il suo segno. Con quattro lauree conseguite e alcuni esami sostenuti pure nella Facoltà di teologia a Parma.
Perrone, infatti, si è laureato prima in Dams, poi in Discipline teatrali, infine in Lettere a Bologna e l’ultima laurea conseguita, quella di pochi giorni fa, in Editoria, Informazione e Comunicazione a Roma Tor Vergata. La tesi? Specialistica, ovviamente, e dettata dalla dura esperienza della reclusione, “Gli abissi di una pena a partire da Primo Levi”, che gli è valsa il massimo dei voti. Un evento unico e non solo per questo. Dopo oltre due anni trascorsi per le restrizioni del Covid, infatti, Perrone ha potuto stringere la mano alla moglie, Sonia Reale, che non ha mai smesso di credere nell’innocenza del marito e al piccolo figlio di soli sei anni, arrivato grazie alle tecniche di fecondazione assistita.











