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di Chiara Adinolfi

Il Messaggero, 22 marzo 2025

Studiare per costruirsi un futuro migliore fuori dal carcere, studiare per respirare un po’ di libertà attraverso i libri. Sono sempre di più i detenuti che scelgono di iscriversi ad un corso di laurea mentre stanno scontando la loro pena o sono in attesa di giudizio. A Roma sono tre le università pubbliche che offrono la possibilità di sostenere esami dentro gli istituti penitenziari, e tutti registrano una tendenza positiva delle iscrizioni. La Sapienza ha avviato il suo progetto nel 2019, quando gli studenti reclusi erano appena 12. Oggi sono diventati 71.

Numeri in crescita anche per Tor Vergata, prima ad attivare i percorsi nel 2006, passata dai 41 iscritti del 2019 ai 74 del 2024. Infine, Roma Tre, l’ateneo con il numero più alto di iscritti (e terzo a livello nazionale dopo la Statale di Milano e l’Università di Torino) conta 101 studenti in carcere di cui circa dieci sono donne (erano 24 in totale nel 2016). In totale, quindi, dal 2019 ad oggi il numero di universitari reclusi è quasi raddoppiato, passando dai 128 del 2019 ai 246 attuali. Uno degli ultimi immatricolati è l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, che si è iscritto al corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione di Tor Vergata.

“Lo studio in carcere cambia davvero le persone, e i numeri parlano chiaro: se la recidiva media è del 68% - spiega Marina Formica, responsabile del progetto Università in carcere di Tor Vergata- nel caso di chi studia o lavora si abbassa al 2%. Questo deve farci riflettere sul valore che ha lo studio per chi è detenuto”.

Le difficoltà - Ma studiare in carcere resta l’ennesima sfida, per i detenuti che già lottano con le difficili condizioni carcerarie. A Rebibbia, il principale istituto penitenziario di Roma, non esistono sezioni universitarie (che comunque restano una rarità anche a livello nazionale). Si tratta di zone degli istituti penitenziari in cui chi è iscritto all’università può avere accesso a spazi di studio e una connessione internet. Ovviamente i detenuti non possono seguire le lezioni (quindi sono tutti studenti non frequentanti) ma esiste un’attività didattica dedicata, in presenza o a distanza, svolta con l’aiuto di tutor e docenti.

Anche esami e sedute di laurea si svolgono dentro il carcere, seguendo procedure particolari che prevedono sempre la presenza di una terza persona oltre al detenuto e al docente (in pochi casi sono stati attivati anche gli esami a distanza). Mentre tutte le comunicazioni esterne tra lo studente e l’ateneo sono mediate dall’istituto penitenziario: dai libri alla documentazione, ogni aspetto è gestito con la supervisione del personale del carcere.

“Il progetto di aprire una sezione universitaria nella casa di reclusione di Rebibbia è ancora fermo da quattro anni, ad oggi c’è solo un’aula studio”, spiega Giancarlo Monina, docente di storia contemporanea di Roma Tre e Presidente del Cnupp (la Conferenza Nazionale dei Delegati dei Rettori per i Poli Universitari Penitenziari). I corsi più scelti dai detenuti sono Giurisprudenza, Filosofia, e poi Lettere, Scienze della Comunicazione, Scienze Politiche ed Economia. Più difficile, per i detenuti, seguire corsi che prevedono attività laboratoriali. Anche se Tor Vergata registra un iscritto in Scienze Motorie e Sapienza ha uno studente di matematica.

Il profilo - Ad iscriversi sono soprattutto uomini italiani, perché per potersi laureare è necessario avere un diploma e molto spesso i detenuti stranieri non hanno la certificazione di equipollenza. Si tratta, quindi, soprattutto di detenuti con pene medio-lunghe. “Difficilmente un detenuto che ha da scontare due anni sceglie di frequentare un corso di laurea - spiega Pasquale Bronzo, docente di diritto penitenziario e delegato della Sapienza del polo penitenziario - sulla tipologia di pena, invece, non ci sono differenze: si va da chi ha commesso omicidi a chi è coinvolto in reati minori. Ma per tutti studiare è importantissimo”. E a dimostrarlo sono anche i dati. Chi riesce a laurearsi difficilmente torna a commettere reati. “Ma al di là di chi si laurea, la sola presenza dell’università in carcere è un presidio che attenua conflitti e crea un clima di maggiore serenità”, aggiunge Monina. Tra le storie più toccanti che ricorda, quella di un ragazzo ucraino che, terminati gli studi in filosofia, si è laureato e oggi è diventato un mediatore culturale.