cnel.it, 15 maggio 2026
Brunetta: trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e inclusione. Si è tenuto ieri nella Plenaria Marco Biagi del Cnel l’evento “Bambini in carcere con le madri: verso un sistema di tutela integrato”, una giornata di lavoro promossa dal Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà e Unicef Italia. Ha aperto i lavori il presidente del Cnel, Renato Brunetta, seguito dal presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano. “Trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e inclusione. È questa la chiave di volta - ha affermato il presidente del Cnel - per dare reale attuazione all’articolo 27 della Costituzione, che assegna alla pena una funzione rieducativa e impone il rispetto della dignità della persona. Un’indicazione chiara, una rotta da seguire, su cui abbiamo incardinato il programma Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere’, realizzato dal Cnel in collaborazione con il Ministero della Giustizia. Il bilanciamento tra sicurezza e inclusione è tanto più importante laddove si voglia affrontare uno degli ambiti più complessi e delicati del sistema carcerario, quello dei bambini che vivono in carcere con le loro madri. Bambini a cui occorre garantire i diritti dell’infanzia, condizioni di crescita adeguate, uno sviluppo psicologico quanto più possibile armonioso e sereno. È allora fondamentale la capacità di attivare percorsi mirati di inclusione e reinserimento socio-lavorativo per le madri. In quest’ottica, vi sono alcune buone pratiche di attuazione sperimentale delle case famiglia protette, fondate su modelli di collaborazione interistituzionale e sul contributo di soggetti privati e del Terzo Settore. Il nostro obiettivo è far sì che questi casi esemplari siano valorizzati e messi a sistema”, ha così concluso Brunetta. (Cliccare qui per il video intervento)
“I bambini in carcere non hanno commesso alcun reato, ma ne subiscono le conseguenze ogni giorno. Il principio dell’interesse superiore del minorenne - sancito dalla Convenzione ONU e riconosciuto dall’ordinamento italiano - impone obblighi precisi allo Stato. Come UNICEF Italia ribadiamo la necessità di un approccio integrato di tutela, che coinvolga giustizia, welfare, sanità e terzo settore, e che privilegi misure alternative alla detenzione, ponendo al centro il benessere e lo sviluppo di bambine e bambini, senza alcuna discriminazione. Non è più accettabile che esistano soltanto due Case-famiglia protette in tutto il Paese”, ha dichiarato Nicola Graziano, presidente dell’UNICEF Italia. “Occorre eliminare il vincolo finanziario previsto dalla legge n. 62 del 2011 e prevedere un finanziamento strutturale stabile per la realizzazione e il funzionamento delle Case-famiglia protette. È una scelta politica che non può più essere rinviata. Il grado di civiltà giuridica di un ordinamento si misura anche dal coraggio di applicare fino in fondo le proprie leggi e i propri principi”, ha aggiunto.
“Con il progetto Recidiva Zero, nato dall’accordo tra CNEL e Ministero della Giustizia, individuiamo nell’inclusione lavorativa la leva per abbattere la recidiva, che in Italia arriva al 70%. In questo quadro, il tema dei bambini in relazione al regime di ristrettezza delle madri è centrale. Dobbiamo garantire il loro reinserimento, attraverso strutture e case-famiglia protette. Il benessere dei detenuti passa dalla serenità dei figli. Senza questo equilibrio psicofisico, i programmi di ricostruzione di una nuova vita non possono attecchire. È necessario trasformare i momenti critici delle visite in carcere, oggi vissuti in contesti non ideali, utilizzando spazi più idonei e progettualità - anche con l’ausilio degli animali - che sappiano sdrammatizzare l’impatto emotivo sui minori. Come CNEL, la casa dei corpi intermedi, siamo pronti a tradurre queste proposte in azioni concrete e proposte di legge”. Lo ha affermato Emilio Minunzio, consigliere CNEL e coordinatore del Segretariato permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale.
“Sono contenta che ci siano eventi come questo: i bambini in carcere non ci dovrebbero stare, sono la prima a sostenerlo. Ma non basta ripeterlo: bisogna capire di che cosa stiamo parlando”. Lo ha sottolineato la deputata Simonetta Matone, magistrata, già sostituto procuratore del Tribunale per i minorenni di Roma, intervenendo sulle detenute madri.
“Il fenomeno è assolutamente contenuto sul piano dei numeri: nella situazione attuale in Italia le donne detenute sono 21, i bambini sono 25; di cui 10, ossia il 45,7%, non sono italiane, così come 12 dei 25 bambini sono stranieri”. Si tratta di storie segnate anche da “miseria, sudditanza e sfruttamento criminale”. Sul decreto Sicurezza 2025, che ha modificato l’assetto normativo sulla detenzione delle madri, Matone ha osservato che la scelta di “rendere facoltativo e non più obbligatorio il rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o madri di bambini sotto l’anno di età, ridà libertà alle donne e dà libertà ai magistrati di valutare caso per caso. Perché una cosa è trovarsi davanti a una donna che può essere considerata vittima di traffici o sfruttamento; altra cosa è lasciare automaticamente libero chi resta dentro un circuito di sfruttamento continuativo”.
Il dibattito è stato moderato dalla consigliera CNEL, Enrica Morlicchio. La giornata di lavoro ha offerto uno spazio di confronto qualificato e multidisciplinare tra istituzioni, esperti ed esponenti della società civile, per analizzare il quadro normativo vigente e promuovere un approccio integrato alla tutela dei minorenni figli di madri detenute.
Nel corso dell’incontro, particolare attenzione è stata dedicata al modello delle case-famiglia protette, quali soluzioni alternative alla detenzione in grado di garantire il benessere dei bambini e favorire percorsi di inclusione per le madri. L’incontro, suddiviso in tre sessioni, ha approfondito l’attuale quadro normativo e la tutela superiore del minore, l’impatto sullo sviluppo psicofisico dei bambini e delle bambine e le possibili esperienze alternative al carcere. L’iniziativa si inserisce nel quadro del progetto Recidiva Zero, realizzato dal CNEL in collaborazione con il ministero della Giustizia, al fine di favorire l’inclusione sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale grazie a studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere.











