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Corriere della Sera, 17 marzo 2015

 

Ne saranno impiegati sette che si sono già occupati della digitalizzazione dei documenti del tribunale di sorveglianza di Roma. L'Associazione archivi: "Delicato il tema riservatezza e la competenza per scegliere cosa salvare". I detenuti di Rebibbia al lavoro per informatizzare l'archivio del Csm. È il progetto che Palazzo dei Marescialli sta mettendo in cantiere per ridurre l'immensa mole dei propri documenti, preservando quelli che servono dai rischi legati alla conservazione cartacea, ma anche per dare un'opportunità di reinserimento ai reclusi del carcere romano.

Poco più di 42 mila euro è il costo del piano, che prevede la digitalizzazione iniziale in sei mesi di 900 mila pagine, e che dopo il sì del Comitato di presidenza, è in attesa solo del via libera definitivo del plenum di Palazzo dei Marescialli. La scelta dei detenuti di Rebibbia - in tutto ne saranno impiegati sette - non è casuale. Si sono già occupati della digitalizzazione dei documenti del tribunale di sorveglianza di Roma. E dopo un'adeguata formazione e l'acquisto di cinque nuovi scanner potranno mettersi al lavoro.

Il tutto avviene nella cornice di una collaborazione istituzionale con il capo del Dap Santi Consolo e sarà certificato da un accordo con il direttore di Rebibbia. L'esigenza di una digitalizzazione dell'archivio del Csm è legata anche a un problema pratico. Da decenni la documentazione cartacea è depositata in un'immobile a Roma dell'Agenzia delle Entrate che l'anno scorso ne ha chiesto la restituzione. In quei locali che si trovano in viale Trastevere ci sono circa 5.000 fascicoli personali di magistrati, tutti gli incartamenti della Sezione disciplinare dal 1982 ad oggi, e - tra l'altro - circa 300 fascicoli su fatti di criminalità organizzata. Di una parte di questo materiale è già stata decisa la distruzione.

"Seria preoccupazione" per il progetto del Csm di affidare la digitalizzazione del suo archivio cartaceo ai detenuti di Rebibbia viene espressa dall' Associazione nazionale archivistica italiana in una lettera alla presidenza di Palazzo dei Marescialli. "L'impiego dei reclusi in attività lavorative di pubblica utilità è certamente un fine apprezzabile", premette l'Anai. Ma "la digitalizzazione di un archivio cartaceo è un'operazione molto complessa", che richiede "un approfondito studio preventivo" e "consiste in operazioni tecniche nelle quali l'apporto di personale del tutto generico e non specializzato (come inevitabilmente sono i reclusi in questione) può avere solo un ruolo subordinato e ausiliario".

Di qui l'allarme per "la sola notizia che verranno impiegati i reclusi nell'operazione, in mancanza di qualsiasi precisazione sulla programmazione e gestione di questi aspetti del progetto, che naturalmente richiedono lo studio, la progettazione, la direzione e l'esecuzione delle complesse operazioni tecniche sopra descritte da parte di archivisti professionisti specializzati". L'archivio del Csm "è per legge un bene culturale tutelato dal Codice dei beni culturali", ricorda il presidente dell'associazione Mario Carrassi, e gli interventi sui beni culturali archivistici sono affidati alla responsabilità o alla diretta attuazione di "archivisti in possesso di adeguata formazione e professionalità".

"Vogliamo immaginare che nell'urgenza di annunciare un aspetto di rilevanza politica e mediatica come l'impiego dei reclusi il Consiglio Superiore non abbia ritenuto di dilungarsi su questi altri aspetti, come quello delicatissimo della tutela della riservatezza, quello della selezione degli originali meritevoli di conservazione, che devono essere versati all'Archivio Centrale dello Stato ai sensi della normativa vigente" conclude l'associazione, chiedendo chiarimenti.