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di Marina Piccone

L’Osservatore Romano, 7 giugno 2026

Oggi è festa in questa bella casa nel quartiere Città Giardino (III Municipio). Tante persone si muovono nell’ampio spazio verde che la circonda, chiacchierano, mangiano seduti ai tavolini sotto gli alberi di limone e di melograno. Tra queste, indistinguibili, ci sono anche detenuti. Ci troviamo, infatti, nella casa di accoglienza creata dal VIC (Volontari in Carcere), un’associazione nata nel 1994 per sostenere persone in condizione di privazione della libertà personale fino al loro pieno reintegro nella società, che ha organizzato un evento aperto a tutti, l’AperiVIC. Un modo per farsi conoscere e per raccogliere fondi. Le attività dell’associazione sono molteplici: Centri di Ascolto in tutti i reparti dei quattro carceri di Rebibbia e nel Reparto detentivo dell’ospedale Pertini; sostegno materiale, con la distribuzione personalizzata di pacchi vestiario e di prodotti per l’igiene personale per le persone indigenti recluse; promozione di iniziative legislative finalizzate alla salvaguardia dei diritti e della dignità dei detenuti; sensibilizzazione dell’ambiente esterno.

Tra le finalità, anche quella di realizzare strutture di accoglienza alternative alla carcerazione, come la casa, un villino di tre piani di proprietà delle suore Serve di Maria Riparatrici, che può ospitare fino a diciotto persone. Nata ancora prima dell’associazione da un gruppo di volontari della Caritas diocesana di Roma, la Casa del VIC accoglie principalmente persone detenute in permesso premio che provengono dalle carceri di Rebibbia, quindi ci sono uomini e donne (nel complesso penitenziario sono presenti una Casa circondariale femminile e una sezione per persone transgender presso la Casa circondariale maschile), sia italiani sia stranieri (una popolazione pari al 3o% di quella complessiva), e i loro familiari in visita, compresi i minori.

“La struttura si rivolge in particolare alle persone più deboli e meno garantite, che, non avendo una abitazione o un alloggio considerato idoneo dai magistrati di sorveglianza, sarebbero di fatto escluse dalla possibilità di usufruire del beneficio previsto dall’articolo 30 ter dell’Ordinamento penitenziario”, spiega Daniela De Robert, tra i fondatori dell’associazione insieme a don Sandro Spriano, che ne è il presidente. “La Casa dà ospitalità anche a persone in misura alternativa e prevede un servizio di accompagnamento verso il ritorno nella società al termine della pena, già iniziato in carcere nei Centri di ascolto”.

La popolazione variegata fa immaginare una non semplice gestione delle dinamiche. “E faticoso, ma imparare a convivere con le differenze è anche quello che dà il senso al nostro lavoro”, afferma De Robert, che è entrata nelle carceri prima come giornalista della Rai, per realizzare servizi, poi come volontaria, nel 1984, al seguito di don Luigi Di Liegro. “Ho fatto i primi corsi di formazione con lui, poi ho incontrato altre persone e ho conosciuto l’allora cappellano di Rebibbia, don Sandro Spriano. Abbiamo deciso di unire le forze, senza sapere ancora bene cosa fare. Un giorno, una donna si è buttata in ginocchio davanti a noi dicendo: “Sono incinta, non voglio che mio figlio cresca in carcere”.

La Caritas ci ha messo a disposizione un appartamento, che condividevamo con il servizio di accoglienza per gli stranieri, e, così, nel 1989 è nata la Casa del VIC, la struttura di accoglienza per detenuti più grande di Roma e l’unica che ospita uomini e donne e i loro familiari”. Una presenza importante, quella dei congiunti, perché favorisce il recupero o il rafforzamento delle relazioni significative, provate dalla separazione e dalla distanza. Qui, genitori, figli, coniugi, partner, possono vivere nella normalità quotidiana che il carcere ha interrotto. “La cosa che manca di più”, afferma De Robert.

“Andare a fare la spesa insieme, pagare con i soldi e non con il numero di matricola, cucinare il pasto e consumarlo seduti a tavola, giocare, studiare, fare una passeggiata, svegliarsi insieme. O, più semplicemente, stare vicini e parlare senza nessuno che osservi o controlli”. Come nel caso di G., indiano, che ha rivisto il padre e ha potuto chiedergli perdono; o di C., che ha ritrovato suo figlio tredicenne, lasciato all’età di un anno e mezzo; o di S., venuto dall’Afghanistan ancora minorenne, dopo un viaggio lungo, faticoso e doloroso. I suoi genitori sono morti, è rimasta solo una zia, profuga anche lei, con cui, anche se solo per telefono, ha potuto riprendere i contatti. O come nel caso di D., 16 anni, che aveva deciso di non andare più in visita dal padre in carcere perché, alla fine dei colloqui, lasciarlo lì gli procurava troppa sofferenza. Ora va a trovarlo nella Casa, ancora incredulo di poter stare con lui tutto il tempo che vuole. Ascolto e accompagno sono le due parole chiave del VIC, che conta su 72 volontari specificatamente formati.

“L’ascolto non vuol dire stare a sentire, significa incontrare la persona, non il detenuto o la detenuta, nella sua completezza, con la sua parte positiva e quella negativa. Significa accoglierla senza giudizio, condividere un momento difficilissimo, perché la privazione della libertà è una sofferenza di per sé, a prescindere dalle condizioni di vita nel carcere, attualmente, peraltro, durissime. L’accompagnamento riguarda il dentro e il fuori, e spesso la nostra casa è il luogo dove le persone detenute muovono i primi passi nella libertà dopo anni. Una fase complicata, dove trovi uomini grandi e grossi che ti chiedono di aiutali ad attraversare la strada, perché hanno paura, perché non sanno più farlo. Devono rimparare a muoversi, a relazionarsi con i propri cari, perché il carcere lacera i legami familiari. E tutto una riconquista. Soprattutto per chi è in condizioni di povertà, che è un fenomeno plurale; non c’è, infatti, solo la povertà economica, c’è anche quella relazionale: ci sono persone disperatamente sole; e quella culturale: ad alcuni abbiamo dovuto insegnare a scrivere il proprio nome. La casa diventa quindi un modo per restituire diritti a chi, di fatto, ne era privato”.

Tenendo anche conto che reinserirsi nella società non è facile, perché trovare qualcuno che affitti una casa o che dia un lavoro a un ex detenuto è un’impresa ardua. E, proprio pensando all’aspetto cruciale del lavoro, il VIC, nel 2000, in collaborazione con la Direzione del Nuovo Complesso di Rebibbia, il Ministero della Giustizia e il Ministero del Lavoro, ha dato vita alla cooperativa eTeam, che offre opportunità lavorative dentro e fuori dalle carceri. La cooperativa, in cui sono impiegati con un regolare contratto sei detenute e diciotto detenuti, gestisce il servizio Cup dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù e la dematerializzazione delle impegnative mediche del nosocomio. Si occupa, inoltre, del contact center dell’Università degli studi di Roma, “Unitelma Sapienza”. Oltre a detenuti in permesso premio, la Casa ospita anche persone particolarmente indigenti e povere di relazioni di supporto nel primo periodo di libertà dopo il fine pena, che vengono orientate e sostenute nella ricerca di un domicilio.

“Ma ci sono anche occasioni più liete”, continua De Robert. “A giugno 2024 abbiamo ospitato un ragazzo, libero da poche settimane e residente in un’altra regione, che doveva sostenere l’esame di maturità a Rebibbia, avendo completato là il percorso scolastico. L’esame è stato brillantemente superato, con grande soddisfazione sua, della sua famiglia e di tutti noi”. Dunque, la Casa non è solo ospitalità, ma pure un luogo in cui i rapporti di amicizia e di mutuo aiuto rimangono saldi, anche una volta liberi. “Alcuni di loro continuano a frequentarci, dandoci una mano nelle varie attività o semplicemente tenendoci al corrente di fatti importanti, come un matrimonio o la nascita di un figlio”. Un luogo prezioso, che svolge una importante attività sociale, ma che non riceve contributi pubblici.

“La struttura, che ha un costo considerevole, centomila curo l’anno, è completamente autofinanziata, ma ce la teniamo stretta con le unghie e con i denti”, dichiara De Robert. I fondi arrivano da progetti, donazioni, 5 per mille e raccolta fondi in occasioni come gli AperiVIC. “Mi piacerebbe che diventasse una risorsa per la città. Un luogo dove venire per un concerto, un evento, e mischiarsi a persone che non sono così diverse da noi.

E vorrei che rappresentasse un “luogo di scandalo”, come disse don Luigi Di Liegro all’inaugurazione del primo ostello per senza dimora a Roma. Una denuncia del fallimento di questa società, che non sa accogliere persone che hanno sbagliato e che, per non ritornare indietro, hanno bisogno di trovare una porta aperta e un’altra possibilità”.