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di Giustino Trincia*

caritasroma.it, 4 novembre 2025

A Roma oltre novemila persone scontano misure alternative alla detenzione, spesso in condizioni di solitudine e invisibilità. Tra gli invisibili della nostra città, vi sono le molte persone che stanno beneficiando di misure alternative alla detenzione in carcere, alle pene sostitutive, alla messa alla prova e al lavoro di pubblica utilità, ossia di percorsi che si svolgono fuori dal carcere, affinché sia favorita la rieducazione e il reinserimento sociale. Moltissimi non sanno che a Roma, accanto agli istituti di pena già noti, c’è un altro carcere, però invisibile, ben più vicino a noi, molto più ampio e soprattutto diffuso nella città, in particolare in quartieri periferici.

I numeri aiutano a comprendere meglio e ancora di più a sapere cosa c’è dietro di essi, l’umanità delle situazioni e delle condizioni che li determinano e poi interrogarsi sul perché della loro invisibilità e sul come cercare di essere prossimi a persone che, se hanno commesso errori o addirittura dei crimini gravi, occorre cercare di aiutare nel loro processo di riabilitazione personale e di reintegrazione sociale.

Nelle carceri di Roma, al 30 settembre 2025, ci sono 3.522 persone detenute complessivamente tra uomini, donne e minori, che secondo i dati del Ministero della Giustizia abitavano le classiche carceri romane allo scorso 3 ottobre: Regina Coeli: con 1.128 detenuti (poco meno del 50% stranieri); Rebibbia Nuovo Complesso “R. Cinotti”, con 1587 detenuti (circa il 30% stranieri); Rebibbia Femminile, con 381 detenute (circa il 30% straniere); Rebibbia Terza Casa, con 73 detenuti (circa il 20% stranieri); “Rebibbia” (Casa di Reclusione), con 283 detenuti (circa il 10% stranieri) e l’Istituto Penitenziario Minorile Casal del Marmo, con 70 detenuti minori (in larga parte ragazzi).

Sono invece 9.078 le persone fra Roma e provincia che, alla stessa data, sono seguite dall’Ufficio Inter-Distrettuale di Esecuzione Penale per il Lazio, l’Abruzzo e il Molise (UIEPE), l’organo locale del Ministero della Giustizia, che gestisce, in gran parte, l’esecuzione di provvedimenti rivolti a persone che scontano la loro pena fuori dal carcere (cfr. Elaborazione dati del Sistema informativo dell’esecuzione penale esterna - SIEPE, sezione statistica del sito del Ministero della giustizia). Infatti l’UIEPE segue persone imputate o indagate e sottoposte in regime di messa alla prova, persone in misura di sicurezza, persone che scontano la loro pena in misura alternativa alla detenzione, persone sottoposte alle pene sostitutive, ma anche persone detenute prese da loro in carico per motivi specifici per brevi periodi.

Avendo come riferimento le tabelle con le percentuali a livello nazionale2, si potrebbe stimare che circa 3.000 persone stanno scontando la pena in abitazioni private o, in minor parte, nei centri di accoglienza a Roma e provincia (carceri di Civitavecchia e Velletri). Va poi tenuto in considerazione il C e n t ro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria, che, nel corso del 2024, ha visto transitare 1.045 uomini e 88 donne, secondo la Relazione annuale 2024 del Garante dei Detenuti delle persone private della libertà.

Ci sono poi i minorenni e giovani adulti, presi in carico dall’Ufficio di Servizio Sociale per i minorenni, dai cui dati provvisori al 30 settembre risultano presi in carico 1.893 ragazzi e ragazze, di cui 503 presi in carico per la prima volta nel 2025. Affidamento in prova, detenzione domiciliare, semilibertà sono quando il processo è concluso e la condanna è già definitiva… allora si parla di “misura alternativa alla detenzione”.

La formula degli “arresti domiciliari” non è una misura alternativa alla detenzione, ma una misura cautelare che viene presa mentre il processo è in corso, il che induce a vincolare le persone coinvolte al rispetto di una serie di divieti e di prescrizioni.

Nella sola città di Roma, alcune fonti segnalano che a metà 2024, erano 1.712 le persone recluse in casa, in gran parte italiane. Il record spetta a Tor Bella Monaca, dove polizia e carabinieri controllano 326 detenuti che non possono uscire da casa e 411 persone sottoposte a misure restrittive da parte del tribunale di sorveglianza e delle misure di prevenzione.

Segue la zona del Tuscolano/Romanina, con 263 detenuti ai domiciliari; poi San Basilio con 222 e Pietralata con 216 detenuti. A seguire c’è Ostia dove ci sono 177 detenuti ai domiciliari; seguita da Fidene con 150. Nell’a rea Fleming/Flaminio, tra i quartieri certamente non periferici, ci sono invece 44 persone agli arresti domiciliari. Alle durissime prove che vivono molte delle famiglie dei detenuti, sarebbe necessario dedicare un approfondimento a parte.

Esiste, dunque un “carcere” silente fra le nostre strade, apparentemente senza volti e storie e immagini simbolo, così presente, soprattutto in certe aree della città: il carcere degli invisibili, abitato da persone spesso sole, che potrebbero avere bisogno di uno sguardo, una voce, una presenza, un aiuto concreto… o perlomeno, intanto, di sapersi viste, riconosciute, accolte come persone, prima di tutto. Molti fra loro potrebbero essere nostri vicini di casa, eppure, oltre alla povertà materiale, pagano la pena più alta della povertà relazionale.

Questo aspetto coinvolge, in un certo senso, ciascun cittadino, perché se la giustizia ha concesso loro di scontare la pena fuori dagli istituti penitenziari, ciòè con il fine del loro reintegrarsi nella società. E perché ciò possa avvenire è necessaria la sinergia da ambo i lati: la volontà e l’impegno della persona, ma anche la disponibilità e l’accoglienza da parte della società, dunque di ogni cittadino.

Un altro aspetto importante da sottolineare è che almeno 3.000 detenuti a Roma potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione, in particolare quelli con periodi di pena ancora da scontare brevi. Molti di loro non possono beneficiare di questa opportunità costruttiva delle misure alternative, perché non hanno un posto dove poter alloggiare, o dove svolgere un’attività di volontariato, o un lavoro. Ecco un altro punto su cui si registra un enorme deficit delle politiche pubbliche!

Quanto di cui abbiamo fin qui parlato investe direttamente anche il Popolo di Dio, chiamato a dare testimonianza della carità, cioè del farsi prossimo di ogni fratello e sorella. Questo mondo di persone silenti interpella pure la nostra Chiesa di Roma, in ordine alla capacità di sapersi dimostrare madre di una umanità colpita dalla vita, certo e il più delle volte per delle responsabilità dirette e personali, ma per le quali il giudizio finale spetta solo a Dio Padre, mentre a noi, in cammino sulle strade della vita, spetterebbe ascolto, accompagnamento e promozione umana di queste persone. Ecco allora l’apertura di spazi nuovi, di una chiesa in uscita che sappia accorgersi della “persona della porta accanto” e offrire ad essa, ascolto, accoglienza, rispetto e segni concreti di vicinanza umana e di solidarietà concreta.

Quanto sarebbe importante l’opera di informazione e di sensibilizzazione e di animazione pastorale delle nostre comunità parrocchiali e civili su questa vastissima realtà! Non mancano esperienze buone e segnali di speranza, ma il lavoro da fare è moltissimo. Esso, però, ci interpella tutti, interpella le comunità, perché la disponibilità per poche ore di volontariato in una parrocchia può cambiare la vita e il percorso di una persona! Sono preziose, ma troppo poche rispetto alle 333 totali, le 20 parrocchie che attraverso la Caritas diocesana stanno facendo una esperienza di questo tipo.

Passa anche da qui la possibilità non solo di ridurre il sovraffollamento delle carceri, ma anche e soprattutto di aiutare davvero la persona a rinascere in un percorso verso il reinserimento sociale. Coloro che stanno dentro le mura classiche del carcere, come coloro che scontano una pena “nascosti” nella città, hanno bisogno di cuori disponibili. I primi sono spesso dimenticati, divisi e separati dal resto del mondo e l’unico aiuto che hanno proviene da una rete invisibile che, con e per la Carità di Cristo, sorpassa quel muro che li limita, abbattendo le distanze: volontari, operatori, la vicinanza delle comunità che, accanto ai classici doni dei panettoni e delle colombe a Natale e a Pasqua, non fa mancare la propria solidarietà per il necessario quotidiano (indumenti intimi, prodotti igienici). Un aiuto indispensabile per non violare la dignità umana di fratelli e sorelle che, se giustamente chiamati a pagare per i reati commessi, reclamano il rispetto dei propri diritti, del loro essere anzitutto delle persone. È bene cominciare a rivolgere anche lo sguardo a coloro che stanno scontando le misure alternative alla detenzione, per dare volto, nome, riconoscimento e possibilità a persone che, scontando fuori la loro pena, hanno diritto di vivere libere anche dal carcere dell’isolamento.

*Direttore della Caritas diocesana di Roma