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di Cecilia Ferrara e Angela Gennaro

ansa.it, 10 luglio 2024

“Se non sei pazzo, qui lo diventi”: viaggio all’interno del Cpr di Ponte Galeria a Roma. Un tentativo di suicidio ogni due giorni, un “evento critico” ogni 24 ore. Autolesionismo, consumo di psicofarmaci “a scopo contenitivo”, vulnerabilità sanitaria e mentale. E il caso di una donna con chiari tratti psichiatrici rinchiusa e isolata per 9 mesi, che porta all’Italia l’ennesima condanna da parte della Cedu. Tutto questo nel Centro di permanenza per i rimpatri che si trova nel sud della capitale.

“Vi prego sperando di inviare questa lettera al mio bene più prezioso, la mia cara madre”: è uno dei tanti giovani uomini che si avvicinano. A differenza degli altri non vuole parlare. Non può, forse, visto che non parla italiano. Ha un sorriso dolce, lo sguardo basso, e allunga una lettera. “Help me”, sussurra con un filo di voce. È scritta in arabo. Proviamo a spiegare che non siamo in grado di leggerla. Un altro detenuto ci aiuta e traduce ad A. le nostre parole: faremo in modo di farcela tradurre, se per lui va bene. Annuisce, abbassa ancora di più lo sguardo, il sorriso è sempre dolce. Se ne va, non si farà più vedere per il resto della visita.

“Vi prego sperando di inviare questa lettera al mio bene più prezioso, la mia cara madre”, si legge in quella lettera. “Mia cara mamma, mi sei mancata moltissimo e sai quanto ti amo, ma sai anche, mamma, quanto desideravo vedere il mio caro fratello, ma il mio caro desiderio mi ha ucciso e non posso più sopportare me stesso”.

Siamo nel Cpr di Ponte Galeria, il Centro di permanenza per i rimpatri che si trova a Roma sud vicino alla Fiera di Roma e all’aeroporto di Fiumicino. È tra i più grandi tra gli otto Cpr funzionanti oggi in Italia, e l’unico con una sezione femminile: l’ANSA ha ottenuto dalla prefettura di Roma l’autorizzazione all’ingresso con telecamere: due videomaker e un fotografo. La voce di A., le sue parole, che riusciremo a tradurre solo due giorni dopo, sono una mazzata. Dopo averla letta, inviamo una segnalazione per rischio suicidario a tutte le autorità competenti, prefettura, questura, ufficio immigrazione, ente gestore del Centro per i rimpatri di Ponte Galeria, autorità garanti dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. E presentiamo un esposto. “Grazie per quello che fa”, dice il carabiniere.

Dopo qualche giorno il ragazzo viene ricoverato al San Camillo e poi dimesso con una diagnosi di disturbo della personalità non meglio specificata. Viene comunque riportato a Ponte Galeria il 5 giugno. Il 15 giugno tenta il suicidio, viene salvato, ma i medici ritengono il tentativo “non credibile”. Ci riprova il giorno dopo. In maniera evidentemente più “credibile”, visto che viene portato al pronto soccorso. A. esce dal Cpr il 19 giugno, 20 giorni e due tentativi di suicidio dopo il suo annuncio di volerla fare finita nella lettera che ci aveva consegnato.