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di Donatella Cianci

L’Osservatore Romano, 22 febbraio 2025

Il reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti non è certamente un tema di settore ma riguarda più aspetti coree la coesione sociale e anche lo sviluppo culturale, educativo ed economico della Capitale (e non solo). Partendo da queste premesse, è opportuno soffermarsi su “Roma al lavoro. Dalla reclusione all’inclusione: oltre le barriere”, che è una iniziativa decisamente significativa dell’Assessorato alla Scuola, alla Formazione e al Lavoro, in stretta collaborazione con il lavoro del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, un incontro svoltosi nella Sala della Protomoteca, in Campidoglio, nel corso del quale il mondo delle imprese e della cooperazione sociale ha discusso di partnership operative.

A partire da diversi dati riguardanti la cosiddetta “Legge Smuraglia”, per rendere sostenibile la progressiva inclusione lavorativa dei detenuti e degli ex detenuti. Roma si pospone di essere un laboratorio costante per tentare di dimostrare che quando la formazione e il lavoro funzionano, la recidiva di un reato crolla. Quest’evidenza numerica va contestualizzata comparativamente all’interno dei dati nazionali, che aiutano a esaminare come - in Italia - solo un terzo dei detenuti risulta davvero coinvolto in attività lavorative (peraltro dentro a questo dato va inserita la quota che lavora con le imprese private e con le cooperative sociali, con una percentuale che si aggira fra l’1 e il 4% della totalità degli ex detenuti).

A Roma, dove il costo sociale dell’esclusione si vede soprattutto nei quartieri più periferici. occorre fare un ragionamento spedito, perché, a ben guardare, l’investimento destinato alla formazione professionale di queste persone, a livello comunale e regionale, è di oltre 5 milioni di euro. Una cifra notevole, che lascia ben sperare per la progettazione inclusiva.

Accanto a questi numeri, va anche osservata l’attività dei Poli Universitari Penitenziari: in una città universitaria per eccellenza come Roma questo significa che l’inclusione può essere anche una politica di capitale umano, dove non si valorizzano soltanto le competenze manuali, ma anche quelle digitali, amministrative, educative e culturali. Come ha precisato l’Assessora Claudia Pratelli, il lavoro è una leva di giustizia sociale, per cui occuparsi dei percorsi lavorativi degli ex detenuti vuol dire tentare di rompere il ciclo dell’esclusione.

Pratelli ha collegato esplicitamente l’inclusione lavorativa a un patto collettivo sociale, che guardi al futuro con dignità, insistendo sull’idea che l’inclusione è anche un fattore eli investimento. Nell’incontro capitolino si è discusso altresì di come gli incentivi della Legge Smuraglia, cioè la legge tg/2000, introducano agevolazioni fiscali e credito d’imposta per l’assunzione dei lavoratori detenuti o in regime di semilibertà. Ovviamente, come precisato da alcuni imprenditori romani, il punto non è soltanto l’incentivo economico, reni questo andrebbe reso accessibile, e soprattutto accompagnato da tutoraggio e da un patto chiaro fra gli istituti penitenziarie le singole imprese. Spesso gli imprenditori non assumono persone che arrivano dal carcere per timore, per stigma, ma soprattutto per incertezza procedurale:

Come si è detto martedì scorso, la chiave è quella di trasformare l’eccezione in sistema. Non è una sfida semplice, ima è un processo già pienamente in atto: Roma coi suoi grandi istituti penitenziari, con le sue università, cooperative e imprese sta contribuendo a fare qualcosa di durevole: costruire una “filiera cittadina dell’inclusione”, con percorsi formativi, tirocini e laboratori. Da questo impegno dovrebbe anche risultare chiaro il messaggio che si intende dare al resto della città: la reintegrazione di chi ha sbagliato non è un favore, ma è un investimento urbano, anche nel nome della sicurezza. È importante poi soffermarsi un momento sui principali attori coinvolti in questo percorso: gli educatori socio-pedagogici, che nel sistema penitenziario scuro già fra le figure che progettano e coordinano i percorsi individuali.

A Roma uno degli ambiti più concreti eli intervento di queste figure professionali è il Polo Pubblico della Formazione di Roma Capitale, in collaborazione con AMA (soprattutto per i progetti in carcere avviati già con un protocollo del luglio 2024). Va poi ricordato che nel perimetro del progetto “Fratelli tutti” s’inserisce anche un percorso di apprendistato ecosostenibile a Rebibbia.

Tra gli altri progetti in atto si distinguono infisse la filiera enogastronomica di Rebibbia (laboratori di cucina in collaborazione con l’Istituto alberghiero “A. Vespucci”, che coinvolge le detenute della casa circondariale femminile di Rebibbia) e la falegnameria e la sartoria di Casal di Marmo e Regina Coeli.