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di Alessia Rampazzi*

L’Osservatore Romano, 24 maggio 2022

Una rappresentanza delle donne detenute nella Casa circondariale femminile di Rebibbia “Germana Stefanini” sarà presente, il 24 maggio, al Meeting “We Run Together” nel Centro sportivo della Guardia di Finanza, partecipando alle staffette con altre formazioni di diverse associazioni e organizzazioni della società civile.

Per l’Istituto non si tratta della prima volta, avendo già vissuto la stessa, incredibile, esperienza il 21 settembre dello scorso anno. Il ricordo è ancora vivo nella memoria non solo della squadra, ma di tutto il personale che ha provveduto alla scorta e all’accompagnamento.

È stato, infatti, chiaro sin dal primo momento che lo scopo della manifestazione, nelle intenzioni degli organizzatori, non era tanto quello di promuovere un evento sportivo come sovente ne sono realizzati nel nostro tempo, quanto di condividere gli alti valori dello sport con coloro che, per varie vicissitudini, non ne hanno sperimentato la bellezza nell’arco delle loro vite segnate da condizioni di disagio personale e di svantaggio sociale ed economico.

La corsa, come tutti gli sport in generale, ha bisogno di ampi spazi aperti, quasi mai disponibili all’interno di un carcere e, pertanto, ci si abitua a utilizzare quanto si ha a disposizione, sebbene l’Istituto femminile di Rebibbia con le sue aree verdi costituisca in parte un’eccezione che ha consentito di costituire la prima squadra di calcio a 5, l’Atletico Diritti, promossa dall’Associazione Antigone.

Nessuna rilevanza allora poteva essere data allo scatto o alla velocità, alla prestanza fisica o alla preparazione atletica. Grande importanza ha, invece, assunto agli occhi dei promotori ognuna delle singole donne partecipanti: con la propria storia e le proprie difficoltà e, per questo, rese tutte partecipi dello spirito di solidarietà, fratellanza e inclusione del Meeting “We Run Together”.

Di quella giornata sono rimasti nei racconti delle atlete, forse per la prima volta dopo tanto tempo, gli ampi respiri degli spazi, la sensazione di fare ancora parte integrante di una collettività, unitamente alla volontà di riallacciare quei legami spezzati dalla violazione delle regole.

Correre insieme a futuri campioni del mondo, persone con disabilità, ambasciatori, sacerdoti e volontari delle molte associazioni del sociale che hanno aderito all’iniziativa, l’essere state accolte e accettate, condividere la celebrazione eucaristica e finanche il pasto, ha significato per le donne del carcere di Rebibbia non soltanto sperimentare sprazzi di una vita diversa, e sino a ora preclusa, ma anche acquistare una maggiore consapevolezza della finalità rieducativa della pena, fulcro dell’articolo 27 della Carta costituzionale italiana e principio ispiratore del quotidiano lavoro di tutti gli operatori penitenziari.

*Direttrice della Casa circondariale femminile di Rebibbia