di Lucilla La Puma
Corriere della Sera, 30 luglio 2025
Le testimonianze delle donne uscite dal carcere romano: “Sovraffollamento, poca igiene, una volta fuori per noi la strada resta in salita”. La vita dietro le sbarre è spesso drammatica: sovraffollamento, precarie condizioni igieniche, assistenza medica e psicologica col contagocce. Se poi trovare un lavoro e reinserirsi nella società dopo avere scontato la pena diventano sogni irrealizzabili il quadro è devastante. Ecco i racconti di ex detenute di Rebibbia femminile. “Le celle sono piccole. Io stavo in una da 4 posti, senza doccia, ma eravamo in 6 con l’aggiunta di un letto a castello - dice Anna, 53 anni, ex detenuta. Ed è già una cosa buona, perché nelle stanze da due, piazzano un letto in più di quelli normali e non ci si muove più.
È difficile anche solo nutrirsi perché qui non abbiamo la mensa: mangiamo in cella, sedute sul letto dove dormiamo. E le condizioni igieniche sono insufficienti”. Senza considerare che “una così stretta vicinanza genera spesso litigi e frustrazione - precisa -. E non dimenticherò mai Hazel, 32 anni e mamma di tre figli. Aveva persino una laurea: prima ancora di ricevere la condanna definitiva, non ha retto e si è impiccata”.
Aisha invece, 26 anni, quando è uscita non è stata rimpatriata perché proveniente da un Paese in guerra e quindi sotto protezione: “Non avevo una residenza, né documenti, né assistenza medica. Sono da poco riuscita ad avere la carta di identità, ma la mia situazione abitativa e lavorativa resta molto difficile”.
I figli, le cure mediche - Quello dell’affettività e dei rapporti familiari è un altro problema molto sentito, soprattutto per le detenute con figli: “Le telefonate non bastano - osserva Franca, 47 anni, fuori da 24 mesi -. Quando sono entrata, uno dei miei figli era ancora minorenne. Un colloquio a settimana non era abbastanza e dovevo scegliere quale figlio vedere”. “Io mi sentivo in cella una mamma sospesa - confessa Maria, 45 anni, origini peruviane. Ho 4 figli, di cui due minorenni. Ho fatto grandi battaglie per ottenere qualche telefonata e qualche colloquio in più. Mi sono rivolta anche a volontari e psicologi. Ero sul punto di fare una pazzia quando mi hanno salvata mettendomi sotto vigilanza 24 ore al giorno”.
Dietro le sbarre anche le cure mediche sono un tema molto delicato: “Quando ho scoperto di avere un tumore all’utero e allo stomaco ero terrorizzata - spiega Bruna, 45 anni, ex detenuta - ma la cosa peggiore è che sono stata operata dopo otto mesi e solo grazie all’intervento del Garante dei detenuti. Dopo l’intervento in day hospital sono tornata in cella il giorno stesso: mi avevano lasciato un metro di garza nello stomaco e stavo andando in setticemia. Mi ha salvato la mia vicina di letto chiamando le guardie. Un’esperienza che mi ha segnato più del carcere stesso. Per fortuna posso raccontarla”.
Il lavoro fuori dal carcere - Alcune di loro tuttavia riescono ad emanciparsi, a frequentare dei corsi di formazione durante il periodo di detenzione e a reinserirsi nel mondo del lavoro, come Lucia, 58 anni, uscita da 3 anni: “Grazie a un grande impegno e alla forza di volontà sono riuscita a frequentare un corso e dopo 8 mesi sono stata inserita in una cooperativa per lavorare nel contact center per l’università, ma la maggior parte di noi non riesce a trovare casa, né lavoro. Sono poche le cooperative disposte ad assumere ex detenute”. Sulle carceri romane interviene anche il sindaco Roberto Gualtieri: “La situazione è drammatica, con condizioni di vita difficilissime e un sovraffollamento insostenibile. E le misure del Governo non sembrano essere sufficienti per risolvere i numerosi problemi della popolazione carceraria”.











