di Paolo G. Brera
La Repubblica, 24 ottobre 2019
"Bravo dottor Filippo Rigano", gli stringono la mano e l'abbracciano. Tesi di laurea in Diritto costituzionale, "Sopra la Costituzione... l'ergastolo ostativo: per chi ha sete di diritti", e giù 139 pagine d'accusa per la "condanna infame" che gli ha tolto il sonno e cancellato il futuro.
Bravo Filippo l'ergastolano: da ieri l'uomo del clan con la seconda elementare, a 63 anni, è dottore in Giurisprudenza con "110 e lode"".
Cin cin! con l'aranciata, in carcere niente bollicine. Poche ore prima che arrivasse la notizia che l'ergastolo ostativo inizia a scricchiolare, nella sala del teatro di Rebibbia l'ex mafioso del clan Santapaola entrato in cella 26 anni fa - e mai un piede fuori se non al capezzale della mamma - era circondato dai chiarissimi professori dell'università di Tor Vergata e dai compagni di sventura dell'Alta sicurezza, dalla moglie Giuseppina "che da 26 anni aspetta il mio ritorno a casa" e dalle figlie "Venera e Cristina, la mia forza per andare avanti".
Lo ha detto mille volte, alle tutor Cristina Gobbi e Marta Mengozzi che gli hanno portato l'università dietro le sbarre, che avrebbe fatto volentieri "un'altra vita, se non fossi nato in un contesto in cui non c'erano molte alternative". Filippo lavora duro, dietro le sbarre. Fa l'imbianchino, ha ridipinto mezza Rebibbia, e studia "con grandissimo impegno e ottimi risultati".
"Ora speriamo che la Corte costituzionale consegni alla Storia la brutta pagina dell'ergastolo ostativo e dia anche a lui la possibilità di essere valutato per il reinserimento sociale", dice il Garante dei detenuti del Lazío, Stefano Anastasia. Lui li ha contati, i giorni e i minuti trascorsi in cella. Avrebbe potuto accorciarli ma non si è "pentito": "Collaborare in alcuni contesti equivale a mettere a rischio la vita propria e dei propri cari", scrive nella tesi.
Li ha contati: "324 mesi, 851.472.000 secondi. Avrei potuto pensare 851 milioni di volte di suicidarmi, ma non l'ho fatto". Ha scelto invece "di scrivere questa tesi sulle pene ostative perché vivo tutti i giorni sulla mia pelle la tragedia insita in questa pena. Benvenuti nel "regno del diavolo". Quando la pena e il penare sono eterni, evocare l'inferno non è esagerato".
Nella tesi, passato e vittime non compaiono. C'è l'incubo del presente: "Questa pena mi costringe tutti i giorni a pensare che cosa ne sarà di me? Come finirà la mia vita? Morirò qui dentro? Mi perseguita". "In tutti questi anni mi sono dato da fare per ricostruirmi. Mi sono messo in gioco per dimostrare che ero in grado di fare cose buone".
Gli studi, il lavoro, "ho maturato l'idea di guardare al futuro da un punto di vista che doveva tenere conto dei miei errori del passato, delle mie condotte illecite. Non sono più un ragazzino. Per la lunga detenzione non ho potuto crescere le mie due figlie, allevate da mia moglie". La laurea, il riscatto. Il diritto, dove c'era solo violenza. Il futuro, forse.










