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di Irene Famà

La Stampa, 9 luglio 2024

Immigrato in Italia dal Pakistan era passato dal vendere pannocchie sul litorale del Circeo a qualche furto in strada. Arrestato, aveva chiesto di essere trasferito nel “repartino” della Casa circondariale. Vita sfortunata la sua. Qualche scelta sbagliata e il destino, che l’ha fatto nascere in una delle zone più povere del Pakistan. Sette anni fa ha cercato fortuna in Italia. Con in tasca il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria e dopo qualche guaio con la giustizia, ha costruito un carretto con cui vendeva pannocchie sul lungo mare del Circeo. Intraprendente, sì. Ma la legge non fa sconti. Nessuna licenza, nessun permesso, e lo scorso agosto il carretto gli viene sequestrato. Ishaq Mohammad Khan non ha casa. Qualche amico capita che lo ospiti, il resto del tempo lo passa in strada. A settembre 2023 viene arrestato per rapina aggravata e lesioni.

Condannato a due anni e otto mesi per aver cercato di rapinare una donna a Torpignattara, a sud est di Roma, e portarle via il portafoglio minacciandola con un coltello. Ishaq respinge ogni accusa. “Con quella rapina - ripete ai suoi legali, gli avvocati Maria Cleo Feoli e Andrea Dini Modigliani - non c’entro nulla”. In carcere, così raccontano a Regina Coeli, discute con altri detenuti. Viene preso di mira, così dicono. Calci, pugni, sputi. Ishaq ha paura. Riesce a farsi trasferire di sezione, ma non vuole fare denuncia. Il silenzio è tra le prime “regole” che si imparano in cella: Ishaq lo sa. Sulle braccia porta le cicatrici di gesti autolesionistici e dal 31 maggio viene messo sotto “strettissima sorveglianza”. Significa che qualcuno passava a controllarlo ogni venti minuti.

Lui chiede di essere trasferito al “repartino”, l’area del carcere dedicata ai detenuti con fragilità psichiche. Il 4 giugno viene spostato nella settima sezione. “Un ingovernabile porto di mare in cui è ospitato chi è appena arrivato, chi è in attesa di essere trasferito, chi è sottoposto a provvedimenti disciplinari”. Il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, non utilizza mezzi termini. “Non vengono garantite le ore d’aria e di socialità”.

Alle 22,40 Ishaq si impicca alla porta della cella. I suoi compagni dormivano e non si accorgono di nulla. Sulla morte di Ishaq, la procura di Roma ha aperto un’inchiesta per colpa medica al momento a carico di ignoti. E il pubblico ministero Attilio Pisani ha dato delega per acquisire atti e documentazione. Il suicidio di Ishaq accende un faro sulla situazione carceraria. Trentanove i suicidi in cella nel 2024, tre nel Lazio, due a Regina Coeli. “Una realtà storicamente complicata e strutturata male”, dichiara Valentina Calderone, garante dei detenuti di Roma. Sovraffollamento, condizioni strutturali non adeguate, carenza di personale. “Tutto questo incide sul senso di insicurezza, di sostanziale abbandono - aggiunge Calderone - Si tratta di condizioni di vita illegali, in cui non c’è margine di rispetto dei più basilari diritti delle persone”.