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rainews.it, 11 ottobre 2024

La Regione Lazio ha ospitato esperti e politici per una riflessione sul senso della pena che va trasformata da punizione a una opportunità di riscatto. La giustizia riparativa al centro della riflessione avviata nella sala Tevere della giunta della regione Lazio con esperti e politici. E’ intervenuto anche il Vice Ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Non sono contrario al valore processuale della giustizia riparativa, é un corrispettivo commisurato al gesto che il soggetto autore di reato pone nei confronti della vittima, un percorso che apre le porte a una umanizzazione del processo penale” ha sottolineato il viceministro

“L’esecuzione della pena va trasformata in un percorso virtuoso che possa offrire ai condannati l’opportunità̀ di riconoscere i propri torti, cominciare una nuova vita e abbattere così il tasso di recidiva che in Italia è ancora molto alto. La questione delle carceri passa anche da un cambiamento di paradigma culturale che porti a trasformare l’esecuzione della pena da una punizione a una opportunità di riscatto”. Così Luisa Regimenti, Assessore al Personale, alla Sicurezza urbana, alla Polizia locale, agli Enti locali e all’Università della Regione Lazio nel corso del convegno. Sono intervenuti anche Pietro Pittalis, vice presidente della Commissione Giustizia della Camera, Irma Conti, Componente del Garante nazionale delle persone private della libertà personale, Oriana Tantimonaco, magistrato in servizio presso il DAP, Giovanna Zaccaria, Vice direttore vicario Gruppo Operativo Mobile.

Dal canto suo, l’associazione Antigone, che da anni si occupa di carcere nel nostro paese, fa notare come il taglio del 50% dei fondi a disposizione per il pagamento delle persone detenute lavoranti in carcere non vada nella direzione di abbattere il tasso di recidiva. Questi tagli - sottolinea Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone - potranno colpire peraltro categorie specifiche di lavoratori: quelli che prestano assistenza ad altri detenuti disabili o non pienamente autosufficienti, o quelli a supporto dell’area pedagogica (bibliotecari e scrivani).

Il lavoro in carcere è già scarso. A lavorare è solo circa il 30% delle persone detenute e la maggior parte di esse lavora alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, peraltro in molti casi già per pochi giorni o poche ore alla settimana. Il guadagno che si ottiene serve a garantire un ritorno in libertà dove si abbiano a disposizione un minimo di risorse per far fronte alle spese, comprese quelle del mantenimento che ogni persona detenuta deve versare allo Stato a fine pena. Apportare ulteriori tagli al lavoro significa lasciare le persone senza possibilità di guadagno, nella noia e nell’apatia più totale, in una condizione che produce solo ulteriore deprivazione. Così facendo non si aiutano le persone detenute a costruire possibilità diverse dal crimine una volta fuori, incidendo negativamente quindi anche sulla sicurezza.