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di Alessia Marani

Il Messaggero, 2 agosto 2024

Claudia Clementi: “Troppi reclusi, pochi agenti. Anche il caldo è un problema. La struttura non è condizionata, abbiamo chiesto i ventilatori”. Roma, Trieste, Torino, Velletri, Rieti: sono solo alcuni degli istituti di pena italiani in cui da settimane soffia il vento della rivolta. A Regina Coeli il 27 giugno ottanta reclusi della quarta sezione hanno appiccato incendi e allagato i corridoi, le scene riprese dagli stessi detenuti con i telefonini (che in carcere non dovrebbero esserci) sono finite addirittura su TikTok. Non sono stati gli unici episodi. Claudia Clementi da più di due anni è la direttrice del carcere romano, edificio che insiste nel cuore della città, all’interno del rione Trastevere.

Dottoressa Clementi che cosa sta succedendo?

“Era dai tempi del Covid che non si registravano certe tensioni. Le proteste attuali mirano a ottenere misure deflative delle pene, indulto o svuota-carceri, provvedimenti che, ovviamente, non dipendono da noi che gestiamo gli istituti”.

Esiste una regia esterna a queste proteste?

“É ovvio che il tam tam giri, alimentato anche dagli stessi media. Naturalmente i detenuti, che si informano, sanno che c’è interesse sull’argomento e premono sull’acceleratore”.

Come si interviene in questi casi?

“Innanzitutto occorre intavolare una mediazione. Bisogna capire che cosa vogliono i detenuti, avviare con loro un dialogo di fiducia e rispetto che va costruito nel tempo. Vede, qui a Regina Coeli ci sono reclusi in attesa di giudizio, c’è chi rimane anche per poco. Molti non sono italiani e non hanno nemmeno bene la cognizione di come funzioni il nostro sistema giudiziario. Bisogna spiegare loro che non è il carcere l’istituzione che decide certe misure, ma il Parlamento”.

Nelle ultime settimane il clima è stato rovente in senso letterale. Sta facendo molto caldo, gli spazi a disposizione dei detenuti sono ridotti. Pure per questo si protesta...

“Regina Coeli è un edificio storico inserito nel contesto urbano, con pregi e limiti connessi. Da una parte le mura spesse e antiche isolano meglio dalla temperatura esterna, però è anche vero che non ci sono spazi collettivi sufficienti. Manca un campo da gioco, non ci sono aree verdi. La struttura non è condizionata, abbiamo chiesto e qualcuno ci è già stato consegnato, dei ventilatori”.

Anche Regina Coeli, stando agli ultimi report del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, è sovraffollato. Di che numeri parliamo?

“Dall’inizio del 2023 la media dei detenuti si attesta sulle 1100 unità, ma ci sono stati picchi di 1170”.

Quanti dovrebbero essere invece?

“I posti previsti sono 628”.

La normativa europea stabilisce che per ogni recluso ci sia uno spazio minimo di 3 metri quadrati, pena pesanti sanzioni per l’Italia. Ormai si ovvia con uno stratagemma: lasciando i detenuti fuori dalle celle. Anche da voi?

“Sì, per otto ore al giorno”.

Sarà per questo che ormai nelle carceri italiane si sono riprodotti i fenomeni esterni della malavita, con la creazione di autentiche piazze di spaccio all’interno, lo stringersi di alleanze o lo scoppio di faide?

“Le faide ci sarebbero comunque, perché ciò che succede all’esterno ha sempre conseguenze all’interno. Da una parte, però, se pensiamo soprattutto al caldo e all’estate, questo espediente ci permette di stemperare gli animi. Per il resto: immaginiamo quante liti e quanto sia difficile a volte convivere civilmente in un condominio, figuriamo dentro un carcere”.

Però per un agente della polizia penitenziaria un conto è fare rispettare le regole vigilando su dei detenuti che sono in cella, un altro è trovarsi in mezzo a centinaia di reclusi e dire loro che certe cose non si possono fare...

“Di sicuro, di agenti ne abbiamo pochi. In pianta organica dovrebbero essere 480, sulla carta ne abbiamo 467. Ma, appunto, sulla carta perché effettivi, tra distaccamenti negli uffici e dislocamento in altre sedi, che operano a Regina Coeli sono poco più di trecento. Una carenza che si fa sentire e rischia di metterci in grave difficoltà”.

Come in questo mese di agosto, quando peseranno anche le ferie.

“Temiamo che i detenuti possano continuare con le loro proteste, per questo ci siamo attivati per potere richiamare al lavoro più personale possibile”.

Se potesse pensare a una Regina Coeli diversa, come la immaginerebbe?

“Per le caratteristiche della struttura e la sua ubicazione nel rione Trastevere, la immaginerei con meno detenuti e con corsi lavorativi e di reinserimento a loro dedicati in chiave di dialogo con il territorio e il rione che la ospita, oltre a una parte dell’edificio destinata anche alla conoscenza del mondo del carcere, penso a un museo per esempio”.

Utopia?

“Al momento, sì”.