ansa.it, 25 maggio 2026
Alla Sapienza sono 73, le iniziative del cappellano don Vecchione. Continua l’impegno della Cappella della Sapienza e della Comunità “San Filippo Neri-E poi?” nel sostegno agli studenti universitari detenuti. Dopo l’evento del dicembre 2025 per il Polo universitario penitenziario dell’Università Roma Tre, domani 25 maggio, all’auditorium della Cappella della Sapienza-Università di Roma andrà in scena “La forma del vuoto”, pièce teatrale scritta e diretta da Francesco d’Alfonso per due attori e percussioni.
L’evento sarà articolato in due momenti della stessa giornata. La mattina don Gabriele Vecchione, cappellano della Sapienza e presidente della Comunità “San Filippo Neri-E poi?”, accoglierà gli studenti di alcuni licei romani che assisteranno alla rappresentazione. I giovani liceali doneranno materiale didattico raccolto per gli universitari detenuti. La sera, alle ore 20, lo spettacolo sarà replicato con ingresso libero ad offerta, e l’intero incasso sarà devoluto al Polo universitario penitenziario. “Dei circa 125.000 studenti della Sapienza, 73 sono detenuti: anche queste donne e questi uomini sono affidati alle nostre cure pastorali - dice don Gabriele -. Ammesso che studiare sia facile, studiare in carcere è ancora più difficile, perché mancano le condizioni per studiare con calma e con profitto: fa caldo d’estate, fa freddo d’inverno, c’è continuo rumore, spesso non c’è la connessione wifi, spesso non ci sono soldi per acquistare i manuali di studio, i tutor e i docenti hanno difficoltà a entrare. Come Chiesa della Divina Sapienza non possiamo abbandonare questi nostri studenti”.
“La forma del vuoto” racconta l’ingresso in carcere di una donna, liberamente ispirata alla scrittrice Goliarda Sapienza, che visse un breve periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia, e di un ragazzo diciannovenne romano: due modi opposti di vedere la reclusione. Lei, colta e analitica, prova a comprendere il carcere come sistema, lui, giovane e legato al mondo dell’immagine, vive invece tutto sul piano dell’immediatezza. È in questo spazio che si crea un vuoto: tra ciò che si era e ciò che si è costretti a diventare. Tra silenzi, paure, memoria e bisogno di essere riconosciuti, il carcere diventa uno specchio che mette a nudo il rapporto tra identità, tempo e libertà.










