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agi.it, 3 marzo 2026

La metà delle visite mediche esterne programmate salta ogni anno per la mancanza di agenti di scorta. Le stanze dell’affettività non sono state mai predisposte, le aree verdi sono poche e il sovraffollamento, con il numero delle persone che aumenta e gli spazi disponibili che diminuiscono, non è più un’emergenza ma uno stato “strutturale”. La Garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone, denuncia le “gravi carenze” delle carceri della Capitale. E chiede di investire in progetti come S.Fi.De-Percorsi di sostegno per i figli di persone detenute, selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che mirano a creare quella ‘retè tra dentro e fuori che manca, e che dovrebbe essere finanziata in modo permanente.

“Gli ultimi mesi sono stati molto complicati per gli istituti romani. Quando si gestisce un sistema così faticoso, con un soprannumero di detenuti e una carenza di personale, è ovvio che poi vengano meno anche le cose essenziali. Sicuramente il dato più evidente - spiega Calderone - è che una media del 50% delle visite mediche esterne salta ogni anno, e questo è un tema di grande sofferenza per le persone detenute che aspettano da mesi una visita. Gli si dice che l’appuntamento è in una data e poi quello stesso giorno scoprono che non c’è la scorta per poterli accompagnare”.

“Il crollo di una parte del tetto di Regina Coeli - osserva la Garante - ha aggravato ulteriormente la situazione, perché tutte le persone arrestate, nella maggior parte dei casi, sono confluite all’interno di Rebibbia Nuovo Complesso. Questo ha creato, ovviamente, una serie di problemi di gestione. Il sovraffollamento riguarda praticamente tutti gli istituti del territorio, anche il minorile. Abbiamo un flusso di transiti, di arrivi di neo-diciottenni, di persone molto giovani, soprattutto maschi, all’interno degli istituti per adulti, e non c’è possibilità di separarli dal resto della popolazione carceraria. E questo incrementa le difficoltà”.

Ma, ci tiene a ribadire, “non è solamente una questione fisica di spazio, è anche un problema di personale. Alla carenza di agenti penitenziari si aggiunge un aumento incredibile delle persone, e diventa molto difficile provare a gestire e a occuparsi dei percorsi individualizzati. E poi c’è la questione di un irrigidimento particolare per i reparti di alta sicurezza e quindi dell’accesso alle opportunità per questi detenuti, con richieste molto stringenti rispetto a orari e controlli”.

Da qui le “criticità” legate anche alla difficoltà di tutelare la sfera affettiva delle persone private della libertà, il loro diritto alla continuità del legame affettivo con i partner e con figli. “Sul tema dell’affettività abbiamo pendente ormai da due anni la decisione della Corte Costituzionale. Le famose stanze dell’affettività - denuncia - non solo non sono ancora state predisposte ma neanche immaginate, e ovviamente spesso il tema della genitorialità ha a che fare anche con i rapporti con i propri partner”. Calderone riconosce che “c’è molta disparità: ci sono istituti che prevedono molte telefonate straordinarie, che dispongono dell’area verde per incontrarsi, altri che non ne hanno”.

“Nonostante la modifica normativa, che ha aumentato da quattro a sei le telefonate mensili a disposizione dei detenuti, restano totalmente insufficienti. Non siamo più negli anni ‘70 in cui il rapporto con il telefono era ovviamente diverso. Ci sono delle inchieste, escono notizie sui giornali di quante persone abbiano disponibilità di telefoni illegalmente all’interno del carcere e sappiamo che, nella maggior parte dei casi, i cellulari non vengono utilizzati per scopi criminali ma per chiamare le famiglie. Allora - sollecita - bisognerebbe avere il coraggio di fare quello che fanno in altri Paesi europei dove ci sono alcuni istituti in cui è consentita la disponibilità di un telefono cellulare, altri in cui c’è proprio un telefono fisso all’interno delle stanze. Bisognerebbe abbattere il tabù, soprattutto per le persone detenute per reati comuni, in assenza di esigenze di sicurezza particolari, e consentire una fluidità nei contatti, almeno telefonici, soprattutto con i figli, maggiore di quella che invece è permessa”.

Poi a Roma ci sono anche piccole realtà come Casa di Leda, casa protetta per donne detenute con figli minori fino a 10 anni, ospitata in un bene confiscato alla criminalità organizzata, che accoglie madri in pena alternativa alla detenzione o agli arresti domiciliari. Per Calderone, si tratta di “un’esperienza unica a Roma, che funziona bene” e andrebbe replicata. Il nucleo familiare, raccomanda la Garante, “dovrebbe essere sempre preservato in qualche modo o preso in carico nella sua totalità”. Tuttavia, prosegue, “quando una persona, anche residente a Roma, entra in carcere, non c’è più possibilità di una presa in carico dei servizi sociali territoriali.

Questo fa sì che il percorso delle persone sia frammentato perché diventa molto difficile tenere insieme o continuare a seguire quel nucleo, e quindi è come se la parte che sta in carcere avesse una dimensione, e la parte che sta fuori non fosse minimamente inclusa”. In prospettiva, propone Calderone, “potrebbe avere senso mettere in campo, nel Comune di Roma, una sorta di ‘retè, un servizio rivolto ai familiari delle persone detenute, che possa fungere da collegamento con la persona che sta all’interno dell’istituto e con i servizi sociali territoriali”.

“In un sistema in cui si fa fatica, in cui ogni iniziativa è molto complessa perché non esiste solo il problema degli spazi ma dell’organizzazione, della sorveglianza costante - evidenzia - a cascata ne risente tutto. Per questo si dovrebbe investire tanto in progetti come S.Fi.De, che coinvolgano e sostengono i familiari. Dovrebbero essere iniziative strutturate e pensate in modalità fissa”. Nel carcere, conclude Calderone, “bisogna tornare a respirare e poter organizzare anche tutto il resto: servono interventi più strutturali sul fronte del lavoro, della formazione e della tutela dei minori”.